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ARTE E CULTURA

La città moderna ha una dimensione semiotica: parla con segni e simboli.Per avere significati percepibili deve sviluppare 

una appropriata dimensione estetica in grado di trasformare spazi organizzati in luoghi fruiti. In questo dominio Il Ce.A.S. inoltre

promuove e partecipa a progetti europei, con lo scopo di creare reti locali e internazionali di scambio culturale, promuovere e diffondere

l'arte, la cultura e la valorizzazione del territorio per la riqualificazione sociale, consapevole che ogni forma d'arte contribuisce alla

formazione ed alla sensibilizzazione di una cultura civica.

 

Princìpi per Prìncipi



Ci sono delle persone che lasciano il segno, anche involontariamente danno una spinta alle cose e le mandano in tutt’altra direzione. Magari vivono in ombra: occulte e occultate alla socialità della cronaca, ostiche ed osteggiate dalla “diuturna fatica dell’ambizione personale”, sole ed isolate dal sistema acconsentito delle relazioni sociali. Ma sono uomini che cambiano le cose perché sono oltre la vita, oltre la lotta spigolosa e profonda della quotidianità, oltre la cronaca. Sono uomini incardinati nella storia passata, presente e futura, perché la capiscono e, a modo loro, la producono. E quando vengono scacciati o allontanati, magari esiliati per aver sbagliato schieramento o licenziati dal loro lavoro di diplomatici, forse sotto l’accusa di aver aderito o ordito un complotto, si appartano e, liberi dalle quotidiane incombenze, pensano a dare un indirizzo irreversibile al mondo.

Dante Alighieri fu uno di questi e lo fu anche Niccolò Machiavelli.

Forse non è un caso che entrambi scrissero la loro opera proprio quando furono messi in stand by, esiliati dalla loro comunità per vicissitudini politiche alterne, isolati dalla vittoria del fronte avverso e costretti a lasciare la stessa città di Firenze.

Furono perdenti, ma non furono sconfitti. Persero ruolo, fama e potere, rischiavano di perdere anche la vita, e soggiacquero alla trivialità dei conquistatori ed alla baldanza dei sergenti. Hanno vissuto nella prigionia e nella degenerazione del sobborgo, nella minaccia permanente della miseria economica e intellettuale. Ma non furono sconfitti. Le loro idee hanno preso forma di istituzioni, si sono trasmesse e sono giunte fino a noi. Anzi, hanno ottenuto più dei Loro Principi e hanno governato il pensiero e l’anima degli uomini più di qualsiasi altro detentore del micro potere locale. Dopo centinaia di anni sappiamo di Loro, ma ignoriamo totalmente i baroni che li hanno scherniti.

A 44 anni, nel 1513, Machiavelli, ormai senza il suo lavoro di diplomatico e senza città, diviso tra la veste “cotidiana piena di fango e di loto” del giorno ed i “panni reali e curiali” della sera; scacciato dopo essere stato arrestato e sottoposto a tortura per aver partecipato ad una congiura; mentre divide il tempo tra un “bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l’opere del giorno passato, et a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co’ vicini” e “un mio uccellare” dove “ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio e simili”; mentre separava la strada, dove “parlo con quelli che passano, dimando delle nuove de’ paesi loro, intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d’uomini”, dall’osteria, dove invece “io m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a cricca, a triche-tach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose, e il più delle volte si combatte un quattrino”; e la sera, la sera soltanto, quando “mi ritorno a casa, et entro nel mio scrittoio”, dove “rivestito codecentemente entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per Lui”, in quell’ora, di sera soltanto, quando “dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte”, Machiavelli scolpisce la sua presenza nella storia del pensiero politico moderno, superando i confini della sua stessa vita. Da allora, la sua essenza ha oltrepassato la sua esistenza. Nella forma degli “specchi dei principi”, cioè di un vademecum professionale per ipotetici capi, Egli introduce la modernità nella politica. Niccolò Machiavelli ha aperto le porte al concetto di complessità differenziando l’azione politica da quella sociale.

Infatti, la complessità presuppone la differenza; o meglio, per arrivare ad una situazione complessa è indispensabile che le varie funzioni di un sistema si differenzino tra di loro. “A partire da una determinata soglia (abbastanza bassa) di complessità, i sistemi sociali, come del resto tutti i sistemi, possono continuare a crescere soltanto differenziandosi, cioè formando delle parti che abbiano anch’esse il carattere di un sistema, mantengano quindi stabili i propri confini e posseggano una certa autonomia entro questi confini”(LUHMANN, 1983).

A partire da un certo momento storico, quando la soglia di complessità del sistema politico era ancora bassa, ma già sottoposta agli equivoci comunicativi della realpolitik, Machiavelli differenziò la funzione del potere e della sua gestione dal problema dei valori etici, morali, giuridici e religiosi del governo, permettendo al sistema politico di continuare a crescere, in un processo autoreferenziale fatto di meccanismi ricorsivi, entro nuove parti autonome. Stabilita qual è l’attività del Principe, si può stabilire anche qual è l’attività del sacerdote, quella del giudice, quella del mercante o dell’imprenditore. A forza di autodefinirsi le categorie crescono, e la complessità del sistema politico raggiunge un livello abbastanza elevato. Così Machiavelli, indicando al potere quale doveva essere il suo comportamento opportuno e quale la sua filosofia prevalente, ha costruito il confine tra i vari sottosistemi interagenti con il sistema politico stesso e ha introdotto la complessità in questo mondo. Machiavelli, con il suo vademecum, ha aperto le porte alla modernità.
Ora, in questa sede, non ci interessa dettagliare l’articolazione del suo pensiero e verificarne la funzione storica e la sua applicazione in diversi contesti sociali.
Ciò che ci interessa è cogliere la spinta, capire, di fronte ad un bivio, quale direzione ci ha fatto prendere quel suo pensiero e come ci ha, negli anni a seguire, condotto, come ci ha portato avanti. Il Principe di Machiavelli ci ha trasferiti direttamente dentro la specializzazione delle funzioni, ci ha fatto comprendere che cosa è una prestazione politica nel governo degli Stati moderni, ci ha indicato il ruolo del potere nella modernità, che ormai si chiama complessità.
Da allora sappiamo, anche nella visione che Rousseau aveva di Lui, cioè che “fingendo di dare lezioni ai re, ne ha date di grandissime ai popoli”, sappiamo quale è la violenza degenerativa della conquista, quanto inganno produce l’astuzia della volpe e quanto dolore la forza del leone sui popoli alla mercé dei governi, dell’umanità e della bestialità del potere, dove può sfociare la libera azione di conquista di uno. Da allora sappiamo che, comunque, per mantenere un equilibrio sistemico nella nostra società e per garantire l’integrità della democrazia, dobbiamo bilanciare le parti interagenti tra sistemi sociali, di cui il potere, la pubblica istituzione, lo Stato è una soltanto. Ma più di tutto, da allora sappiamo che altra cosa è l’azione politica, la quale genera o spezza quelle connessioni del network sistemico che ci accoglie, e schiaccia gli umani; che è, appunto, proprio dalla definizione della funzione politica che possiamo delineare il resto, perché la politica è l’unico fatto totale di una società, quantunque complessa essa sia.

Prima di Lui, tuttavia, Dante Alighieri ci aveva indicato un altro, simile, percorso. A ciascuno di noi capita, più o meno a 40 anni, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, di trovarsi, per caso o per necessità, di fronte a sé, di dover davvero entrare nella “selva oscura” di se stesso. E non ha riparo. Per recuperare la diritta via smarrita, deve sfuggire da ogni indulgenza, deve fermarsi a guardare la vita ormai passata, “tant’è amara che poco è più morte”, irrecuperabile. Passata, certo, ma non perduta: per far in modo che non sia definitivamente perduta, la notte di questa vita, “ch’io passai con tanta piéta”, bisogna rivederla nella sua storia, volgendosi “a retro a rimirar lo passo”; e sentirla, e capirla, e decodificarla salendo su per “il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia”; bisogna entrare negli inferi della storia, luogo degli “antichi spiriti dolenti”, di corruzioni occultate, di perversioni e di errori, di cui “udirai le disperate strida”. In quell’epoca Dante, Guelfo di parte Bianca, aveva tre figli e aveva già collezionato una casa devastata, un esilio, una condanna per contumacia di cinquemila fiorini piccoli, l’esclusione perpetua da qualunque ufficio, due anni di confino trasformati poi in condanna a morte. Sarebbe stato bruciato vivo, se fosse stato preso nel Comune di Firenze. Infine, essendosi reso inviso a tutte le parti della contesa, per vicissitudini varie e malefiche, vagabondò; finché, “ridussesi tutto a umiltà”, peregrinò, in giro per l’Italia “quasi mendicando”, costretto ad esporre “la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata”, sbandato e senza meta, “legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertà”.
Quanti non riescono più, all’improvviso, a conservare la distanza dalle proprie indigenze e dal fuoco, dal freddo e dalla punizione di qualsivoglia depressione. Quanti sentono, e spesso, nella vita, “il senso spietato del non ritorno”. Quanti sono costretti, anche solo per sopravvivere, ad affrontare il buio percorso dell’alienazione, a “tenere altro viaggio”, errante, ambulante, ramingo, soltanto per poter “campar d’esto loco selvaggio”. Quanti devono percorrere, ad un certo punto della vita, il sentiero impervio che li porta ad attraversare i loro inferi, per poi risalire ed uscire da quella oscura prostrazione per raggiungere, se sa ascoltare e capire, le vette della sua stessa emancipazione, “quello imperator che là su regna” e la sua città, la luce della conoscenza e l’alto paradisiaco sentimento. Perché, se nella fase del pericolo e delle passioni punite ha bisogno di un forte sostegno logico razionale, quando inizia la strada della redenzione purificatrice l’uomo ha bisogno delle sue emozioni, delle sue sensazioni, della sua anima e dell’amore. Se prima ci voleva Virgilio dopo ci vuole Beatrice. Non è un incantesimo, è una scoperta, è una ricerca non un miraggio. È un viaggio magico, ma vero, dove incontriamo quel che siamo, quanto abbiamo vissuto, quel che avremmo potuto vivere, ciò che forse ancora vivremo. È un percorso di conoscenza che tocca tutti perché, in qualche modo, tocca a tutti. È una presa di coscienza etica che si fa sempre più urgente ed irrevocabile nelle nostre società cognitive.
La politica non ne è immune. Anzi, c’è una dimensione della politica che consiste nello stabilire se e quando intervenire, che consiste nel differenziare gli ambiti contenutistici delle decisioni, che consiste nello stabilire a chi spetta occuparsi di che cosa. Ralf Dahrendorf ha ipotizzato i Consigli o i Senati etici come istituti, se non proprio istituzioni, della nuova democrazia. Dante Alighieri la pensava già così. Non per caso, infatti, i beati ospitati “nella quinta soglia de l’albero che vive de la cima”, sono Principi e Statisti “che giù, prima che venissero al ciel, fur di gran voce”. Giosuè, che conquistò per gli Ebrei la terra promessa; Giuda Maccabeo, che sconfisse Antioco Epifanie, re di Siria; Carlo Magno, l’Imperatore; Guglielmo, duca d’Orange, e Rainouart, partecipe delle sue gesta; Goffredo Buglione, duca di Lorena; Roberto Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria: tante “sante creature” che “volitando cantavano e facìensi or D, or I, or L”; fino a “mostrarsi in cinque volte sette vocali e consonanti” che hanno composto il testo: “DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM”.
“Amate la giustizia o voi che giudicate la terra”, perché la libertà ve la da Dio, è un diritto naturale, inalienabile, nasce con voi e muore con ognuno di voi, connaturato nell’essenza dell’umanità, come dono divino e planetario, donato a qualsiasi grado di civilizzazione. Amate la giustizia, questo è il vostro compito, quello degli uomini prima di tutto e poi quello dei buoni amministratori. Non a Dio, ma agli uomini, liberi di essere arbitri, spetta il governo delle cose terrene. Agli uomini spetta la tutela della libertà, in quanto diritto universale e inalienabile, con il dovere della giustizia.

Prima ancora di Niccolò Machiavelli, dunque, Dante Alighieri aveva introdotto una differenziazione etica sui valori della politica: il diritto della libertà e il dovere della giustizia. Entrambi, tuttavia, hanno aperto le porte alla modernità nella politica, l’uno ha differenziato i valori, l’altro ha separato i comportamenti; l’uno ci ha detto ciò che abbiamo e ciò che possiamo avere, l’altro ci ha detto come, con quali restrizioni e a quali condizioni.
Purtroppo questi due ambiti non si sono mai congiunti e nel vuoto della loro distanza sono crollati uomini e regimi. Forse in alcune esperienze circoscritte al buon governo dei comuni rinascimentali italiani, questa congiunzione si è materializzata politicamente, e tanta bellezza e tanta ricchezza si è prodotta. O forse dobbiamo restare alla commemorazione di Pericle per i morti della guerra del Peloponneso, nella Atene democratica, per trovare la coscienza che la differenziazione dei comportamenti e la differenziazione dei valori generino una azione politica come fatto sociale totale in grado di dare equilibrio alle connessioni tra le parti e i sistemi di una organizzazione complessa.
In ogni caso è forse questa la scommessa laica che ancora dobbiamo davvero affrontare: la composizione, come facce opposte e complementari di una stessa medaglia, della duplice differenziazione dell’azione e dell’etica politica.
Quanti di noi si sono sperimentati nel corso della loro vita con una elezione, con un incarico amministrativo, con un consiglio comunale? E quante volte ci si è trovati di fronte alla scelta di dover seguire la dimensione acerrima dell’azione privata derogando all’etica della propria rappresentanza? Quanti, come Dante e Machiavelli, per non essere sconfitti, hanno scelto di perdere? E quanti, pur avendo vinto, si sono sentiti poi sconfitti? Come accettare questa sfida? Come rendere alla politica la forza creatrice della politica? Come congiungere la dirompente onda d’urto dell’azione, della tattica e della strategia, con il diritto della libertà, che va tutelato, e il dovere della giustizia che va governato? E più di tutto, come vanno garantite le distinzioni fra gli ambiti, che sono il prezioso patrimonio della nostra democrazia?
Nel dibattito sociologico è stata, di recente, proposta la differenza tra politico della complessità e politico nella complessità, intendendo nel primo il “portatore di una competenza olografica multidisciplinare” e nel secondo il transformer, il politicante “dell’adattamento e degli aggiustamenti continui” (FARA, 2002). Mi sembra di capire che la discriminante tra l’uno e l’altro sia il concetto di limite che il primo sente di avere e che il secondo ignora. Se è questa la differenza, per me è una proposta credibile. Il concetto di limite è la nostra opportunità. Il vincolo è la nostra possibilità.
Soltanto se sapremo stabilire qual è il limite della politica, possiamo rendere alla politica la sua natura di fatto sociale totale, cioè di unica azione in condizione di ridurre il grado di complessità della società passando dentro la proliferazione sistemica.
Soltanto sapendo qual è il limite della politica si può agire trasversalmente al tessuto sociale, in modo pervasivo senza essere invasivi.
Soltanto stabilendo qual è il suo limite la politica può passare, in diagonale, dentro i sistemi e costruire le connessioni sociali necessarie alla loro autonomia.
Questo limite, ciascuno a suo modo, agli albori della modernità, Dante e Machiavelli ce lo hanno indicato: lasciate la libertà agli individui e governate la giustizia come unico argine al pericoloso potere che, se non ha fini ma soltanto mezzi, può dominarci con l’astuzia della volpe e la forza del leone.
Credete che lo abbiamo imparato?

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