in attesa di un ritorno africano
Né la minuzia simbolicadi sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici fatali rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo:
è lo stupore davanti al miracolo
che malgaro gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.
Borges
Forse è solo una mia immagine, questa Africa da cui sono tornato. Una immagine e una immaginazione. Un pensiero, soltanto un pensiero nel tempo, ora che è tardi, quando il gioco della sostituzione delle date ci fa credere che un anno sia passato, ora che è tardi e noi siamo persi nelle luci della convenzione e della festa, nella sala operatoria della storia che ha lobotomizzato il tempo.
Ora che è tardi è tardi solo per noi.
In Africa, nei villaggi della foresta africana, tra le case di stabbio e terracotta, dove gli uomini si svegliano con il sole e si addormentano quando si fa buio e i pochi negozi, chiudono all’imbrunire perché le luci costano troppo e la gente approfitta per dormire, dove il tempo è scandito dal tempo e non dagli orologi, fuori della programmazione del calendario, lo sapranno che un anno è passato?
Nonostante le ferite che ci raggiungono in questo occidente inesorabile, informazioni di sommosse, scontri e minacce, l’Africa è immobile. L’immobile in noi. La madre Africa. Non c’è mai la stupidità della conquista in una situazione così ancestrale. Il mattino non è mai inventato in Africa. È il ritmo della vita, il palpito del tempo su ogni nostro tempo, l’assenza di ogni passato e di ogni ricordo, il presente eterno di ogni madre. Non perché hanno scoperto in Africa il primate più antico, una femmina naturalmente, Lucy, un fossile di circa cinque milioni di anni fa, che la sentiamo materna, il luogo che comunque ci attende. Anche in Africa c’è la solita confusione per le solite cose.
Stavo di fronte ad un orizzonte strano, quel giorno, diverso dalla curva a cui siamo abituati, in una bellezza che non è stata ancora sciupata da alcun artificio, in un giorno in cui potevo anche essere sbranato da un pericolo di purezza, dall’assenza di contaminazione e da un’acqua ingannevole e bassa. Stavo in quella perfezione di mattino senza vanità, nel riflesso della mia riflessione senza alcuna importanza in un luogo che non reclamava alcun impegno, nel mare, in un giorno di luce sottile e spiaggia soffice, in un giorno di dicembre, eppure ero lì con me anche quando quella bellezza fu aggredita da una richiesta mai appagata, dalla eresia del denaro, il simbolo della dominazione e del commercio che noi avevamo imposto con la denigrazione dei soldi facili per i souvenir. La mia opposizione fu ingiustificata e infamante per me stesso che rappresentavo a me stesso la degenerazione disdegnosa di un mondo più legato ai crepuscoli e alle notti che agli oggetti. Forse è soltanto una immagine e una immaginazione mia quest’Africa che mi sono dipinto dentro, come una visione, come un’icona, con l’ordine edonistico del ricco.
Immagine e immaginazione.
Un modo immaginario e inverosimile in una modernità che inghiotte ogni civiltà.
Io sono un occidentale convinto e consenziente. Credo che da noi si sia espressa la più alta forma di civiltà dell’umano e la sua più terrificante bruttura. Da noi c’è la scienza e la medicina, la massima espressione della cultura e dell’arte, l’ingegno e l’ingegnosità, tutti gli indizi della civiltà e della spudorata affermazione dell’uomo.
Pensavo a noi, allora, quando stavo là, in quel posto che non obiettava nulla al passaggio delle piroghe di bambini nudi, che considerava la nostra presenza senza artificio, inserita perfettamente nel piano universale della natura. Senza artificio e senza artefatto di abiti e stoffe, in quel luogo senza giudizio e senza storia, pensavo proprio che l’Africa fosse una immagine in me e una mia immaginazione. Finché non sentito dire, uno capace di un altro incapace a capire i flussi e i riflussi delle maree, l’ho sentito accusare di essere arrivato 5 minuti prima.
Prima? Non era un modo per redarguire la paranoia dei perfezionisti che arrivano in anticipo per non essere in ritardo. Era un rimprovero vero e proprio per non essere in sintonia con la dinamica complessiva dell’ambiente.
Da noi il ritardo è un insulto. La supremazia su un altro si dimostra con il pettegolezzo e la derisione spavalda per la sua lentezza: si dice con spacconeria che arriva 5 minuti dopo, giocando sull’equivoco del ritardato e del ritardatario.
Chi arriva prima è acclamato in occidente non contestato, ammirato per la sua capacità di anticipare i tempi e le cose. Nessuno ci pensa nemmeno ad accusare uno che arriva prima per non essere disarmonico, in disequilibrio con il ritmo naturale del tempo e della natura. 5 minuti prima o 5 minuti dopo è ugualmente disorganico. Bisogna arrivare al giusto momento.
E proprio in quel momento ho pensato che forse siamo noi in dismisura, noi nell’irrecuperabile torto di aver frantumato l’unità omogenea del tempo in tanti piccoli spazzi che si chiamano ore, minuti, secondi. In Africa si sa che il tempo ha una sua unità indivisibile e che per vivere alla sua altezza devi saper rispettare gli appuntamenti.
Noi scandiamo il ritmo della nostra vita, loro scandiscono la loro vita nel ritmo fatale del tempo. Prima e dopo la bassa marea, che ci permette di raggiungere a piedi e senza la minaccia o il rischio di essere sbranati dai figli della natura che comunque non c’è. L’Africa lo sa che il tempo della natura non si può piegare all’uomo ma che l’uomo deve inserirsi, al momento giusto, nella sconfinata accoglienza della natura per essere accettato. Sa l’Africa che deve rispettare ogni giorno la cronologia degli avvenimenti non quella degli eventi. Sa che deve rispettare l’impegno e la promessa di madre natura. Noi invece abbiamo voluto piegare il tempo al confine fittizio di un’ora, al vezzo numerabile del minuto o a quello impenetrabile del secondo. Noi abbiamo piegato il tempo alla stessa geometria con cui abbiamo dominato lo spazio. Noi abbiamo affermato il privilegio ingrato dell’habitat sull’ambiente. In Africa invece non c’è habitat, soltanto ambiente. In Africa non c’è bisogno di una geometria; un potere aggrovigliato non serve a niente di fronte alla persistente ricorsività delle maree.
Perché noi siamo i figli di Ulisse, l’uomo in cerca perenne, che supera ogni confine, che attraversa ogni spazio e lo domina con la sua astuzia e la sua intelligente; siamo nella drammatica coazione di Achille costretto a correre all’infinito, a superare ed annullare ogni spazio senza mai raggiungere la lenta tartaruga, che vive nella profondità di un tempo infinito.
Chi è più eroico?
Chi è più vero?
Ulisse, l’uomo che perde il suo compito storico di padre e padrone per seguire lunghezza e larghezza senza profondità, colui che abbandona l’impegno che il tempo gli ha affidato di trasferire la vita alle generazioni per seguire il sofisma della conoscenza anche senza coscienza in forme di esperienze accumulate, anche contro gli dei, contro il consenso dell’ordine naturale delle cose?
O Penelope che domina il tempo e la sua profondità, che genera e protegge le generazioni successive, il figlio, che accetta il dramma di vedersi sfiorire, di leggere le lente disarticolazioni del corpo, senza donarle all’amore del suo uomo o di altri figli, sfuggendo al dominio demoniaco di un potere sostituendo il tradimento con l’inganno, lasciando ad una tela infinita l’ozioso gioco del comporre e dello scomporre?
In questo l’Africa è madre, dominatrice del tempo che ci lascia accumulare uno spazio convenzionale dentro una realtà incalcolabile perché legata ad una sola unità con l’universo.
Chi ha più ragione?
La appassionata e gravosa scoperta dell’universo fuori di sé dell’azione o la altrettanto appassionata e gravosa scoperta dell’universo in sé della cognizione?
Non ho risposto.
Non avevo risposta.
Non ero in grado.
Non sapevo più se quell’Africa, anche mia, fosse ancora un immagine o una immaginazione oppure l’immaginario della mia cultura furtiva e traslata a quel mare indifferente e allo strano orizzonte.
Ma a capodanno, nel ritmo languido dei dodici rintocchi, a capodanno, con il cambio rituale di un sette con un otto, nel convenzionale buon augurio riassuntivo di ciò che è passato e ciò che è passante, di ricordi e speranze, ho capito la ragione inequivocabile di Borges che considerava “illusoria l’opposizione tra i due concetti incontrastabili di tempo e spazio”.
Contesto anch’io l’illustre genealogia dei contendenti se è vero che “lo spazio è una delle forme che integrano il gravido flusso del tempo”.
Gravido, appunto, materno.
D’altronde estensione del tempo significa spazio. E un episodio dello spazio è sempre situato in qualche tempo. “Per il resto, accumulare spazio non è il contrario di accumulare tempo: è uno dei modi di realizzare quella che per noi è un’unica operazione”.
Egizi, Greci, Romani, finanche gli Americani, tanti conquistatori che nella storia si sono succeduti, “non accumularono soltanto spazio, ma anche tempo: ossia esperienze, esperienze di notti, giorni, solitudini, montagne, città, morti, pesti, belve, felicità, riti, cosmogonie, dialetti, dèi, venerazioni”. Sogni.
Tornerò.
Torneremo in Africa per costruire un ospedale. Occuperemo dello spazio per offrire un tempo maggiore alla vita. Così hanno deciso le generose società che sopportano il mio eretico impegno professionale. E lo faranno rispettando la vocazione personale degli individui e la preziosa responsabilità sociale dei soggetti. Costruiremo un ospedale in un luogo per dare una forma fisica al tempo e alle sue possibilità di espansione in uno spazio esteso.
Se questo è il senso non ci accompagnerà la vergogna di una elemosina per evitare una vendetta. Se sarà così, sintesi e ornamento di una unica civiltà, di una umanità sola e “vittima di una comune indigenza”, sarà qualcosa che durerà in noi, sebbene naturalmente una goccia nell’oceano di esigenze che quel continente di naufraghi, quello spazio ancestrale reclama al tempo di piombo della storia imposta e subita.
Torneremo in Africa e faremo quell’ospedale come se fosse un sospiro, un respiro, un attimo di sollievo, un medicamento per chi vive su una zattera nell’oceano.
Noi non siamo abituati.
Viviamo nel mediterraneo, al centro del cuore pulsante del mondo, come se fossimo una portaerei in una tinozza. Lo abbiamo trapassato da una parte all’altra quel cuore blu che finisce sempre su un’altra sponda. Quando il mondo era diviso verticalmente dalla cortina di fumo e dal muro di Berlino, prima del 1989, il mediterraneo era un luogo di transito, uno spazio di confronto, di incontro e di scontro tra viandanti di ogni genere. Oggi che il mondo è diviso orizzontalmente il mediterraneo è un confine che, come ogni confine, va varcato, come ogni regola va infranta. E così quella zattera vagante ci viene addosso, proprio a noi, prima a noi che più di tutti abitiamo il mediterraneo.
Costruiremo quell’ospedale perché pensiamo che certi confini di tempo delimitano troppo uno spazio, ne fanno un recinto, una geometria chiusa, una prigione. Preferiamo l’orizzonte, uno spazio esteso che si distende al nostro cammino nel tempo e si espande, una metà che vale proprio perché non viene raggiunta.
Chi si bagna nel mare africano lo sente come un lusso per la sua pelle, lo vede smisurato quello spazio senza confini, dentro un orizzonte di tempo che reclama la puntualità, non prima né dopo, la puntualità di essere se stessi.
Il confine è statico. L’orizzonte è dinamico.
Il confine è raggiungibile. L’orizzonte no, l’orizzonte è irraggiungibile.
Il confine è un limite. L’orizzonte è una possibilità.
Noi ne conosciamo la difficoltà, ma faremo l’ospedale perché è una nostra possibilità di dare spazio al tempo e tempo allo spazio.
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