Vedevo il soffitto attraverso una bottiglia.
Era sera.
Era sera, una sera di non più inverno e vedevo, disteso sulla poltrona del mio ufficio, vedevo il muro, l’intonaco bianco attraverso una bottiglia d’acqua, di quelle di plastica, vuota, che spezzettava il soffitto e lo trasferiva nel prisma dentro me.
Era una sera di quasi inverno, di non più inverno, ed io me ne stavo stravaccato sulla poltrona del mio ufficio a guardare il soffitto attraverso una bottiglia di plastica, vuota dell’acqua che c’era. Rifrangenze di luce mirabilmente stupita.
Quella sera vedevo oltre al soffitto il binario delle lampade che illuminavano l’ufficio e pensavo che un binario è sempre il viaggio possibile, una fuga probabile.
Era una sera di non più inverno, una sera di sconfitta e di insufficienza e un viaggio possibile, una fuga probabile, avrebbe potuto anche essere una soluzione.
Fu allora che pensai che l’Africa è un paradosso, un inganno, una rinuncia. Forse una recriminazione. La voglia di ricominciare, un nuovo inizio. E fu allora che pensai che proprio questo, solo questo è il nostro atteggiamento di colonizzatori. Perché siamo noi i colonizzati di una vita che non ci sembra più nostra, che ci sfugge incredibilmente, irreversibilmente, fugge oltre di noi.
Questa voglia di Africa è la nostra rivalsa contro i più deboli, perché sono più deboli, perché li sentiamo più deboli, perché crediamo che siano più deboli e dunque più governabili; perché siamo illusi dalla nostra comodità e dal nostro superfluo; perché ci hanno abituato a credere che essere più poveri significa essere peggiori e fragili, appunto più deboli, senza sapere che è invece proprio il contrario, che la povertà rinforza e ti violenta, ti lascia quella violenza anarchica che può sempre esplodere all’improvviso, per un nonnulla. L’Africa è la nostra rivalsa perché pensiamo che lì sia possibile ricominciare, vincendo, quando abbiamo perduto, sappiamo di aver perduto una vita nella vita che viviamo.
Questa, dunque, è l’Africa per noi.
Non una rivolta.
Una nuova rivalsa.
Eppure già lo sapevo, allora, io, mentre scrutavo il soffitto attraverso il caleidoscopio di una bottiglia banale, di plastica senz’acqua, oltre la luce che non ha luce perché è un artificio, dentro il gioco di colori e di specchi sul muro, lo sapevo che “te la porti dentro la città”, come dice il poeta, te la porti dentro in qualsiasi viaggio possibile, dentro qualsiasi fuga probabile. Quel muro era per me un cielo di cemento e anche uno specchio che rifletteva la paura di riconoscermi nella miseria dei colonizzatori, anch’io debole, forse io davvero debole proprio per questa maledetta, negletta, malefica, negata voglia di affermare ancora una forza laddove la debolezza appare evidente e chiara con la sua maschera di povertà: in Africa.
E allora ho capito davvero che cosa vuol dire che le mura di una stanza qualsiasi in qualsiasi città “aiutano a sopportare il sequestro” di luce e di vita, di spazio e natura. Ho capito allora, quando l’ho letto scritto sul quel muro che mi sequestrava al “cielo stellato sopra di me”, ho capito che non c’è giustificazione in Africa.
In Africa può esserci solo giustizia.
E noi non siamo i giustizieri di noi stessi se partiamo per ricominciare.
Qui dobbiamo concludere, come fanno gli Africani che non emigrano, qui dobbiamo restare per concludere, sotto questo cielo-cemento-bianco, dentro queste case-cemento-grigio, solo qui possiamo concludere.
Questa davvero è la nostra Africa e la nostra giustizia.
Su quel muro c’era un binario morto, che non aveva sbocco: la rincorsa infinita del sé.
Te la porti dentro l’Africa.
Se ce l’hai.
Ho buttato via quella bottiglia e me ne sono tornato a casa.
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