Per tanti anni abbiamo pensato che la conoscenza fosse il prodotto delle informazioni di cui ognuno poteva, in un certo momento, disporre, catalogare, gerarchizzare e selezionare. I nostri sistemi di apprendimento, le metodologie didattiche, le ricerche scientifiche, gli strumenti di decodificazione degli eventi sociali politici ed economici, sono stati costruiti su un paradigma, su un modello disciplinare secondo cui tanto più grande è la nostra informazione tanto maggiore è la nostra conoscenza. Un uomo colto sembra un uomo che sa, e che ha più strumenti per interpretare il mondo.
Relazione al seminario del 18 marzo 2002
“Rivoluzione Connettiva e Sicurezza
internet e le trasformazioni del sistema politico internazionale”
Alessandro Ceci
“la politica nasce nell’infra e si afferma come relazione”
Hannah Arendt
Qualsiasi cosa possa scrivere ora, io, qui, su questo foglio, qualunque siano le parole che io posso selezionare con accuratezza e rilevanza per spiegare il problema e per disegnare un’immagine credibile di un fenomeno, io dirò sempre una cosa relativa, parziale, non esaustiva, circoscritta, limitata al mio punto di vista. Qualsiasi cosa potete percepire voi, dall’altra parte delle mie parole, oltre il confine della mia organizzazione linguistica e letteraria, sarà sempre una percezione relativa, parziale, non esaustiva, circoscritta, limitata al vostro punto di vista.
3 formiche guardano un elefante.
La prima lo guarda di fronte e scopre che l’elefante è un animale simpatico, con una lunga proboscide due grandi orecchioni, piccoli occhi e zanne bianchissime.
La seconda formica lo scruta da dietro e scopre un essere goffo, con due enormi glutei e un ridicolo codino.
La terza lo vede di lato e non riesce bene a capire come, quella informe massa di carne grigio – verde possa essere minimamente considerata un vivente.
Pare che le tre formiche passarono il resto della loro vita a cercare una comune definizione di elefante. Ognuno aveva visto una parte di quel fenomeno decisamente più complesso della loro ottica (gelstat) e nessuno aveva visto il tutto.
Il tutto che c’è tra noi non è, quindi, in ognuno di noi, ma nella connessione comunicativa che si determina tra di noi. La definizione di elefante più vicina al reale, è quella che scaturirà dal confronto tra le tre formiche, cioè dalle connessioni logiche che si determineranno tra di loro quando cominceranno a parlare, dalla rete cognitiva della loro e della nostra comunicazione. Solo queste connessioni possono farci avvicinare il più possibile alla realtà; come insegna Hannah Arendt, che “la politica nasce nell’infra e si afferma come relazione”, ha una sua favolosa leggerezza, connaturata; non è nell’uomo, non è dentro l’uomo, non è interiore come la filosofia o la poesia, è esterna e rischia di diventare estranea, “nasce tra gli uomini, dunque al di fuori dell’uomo”. Non in ognuno di noi, allora, ma tra di noi c’è il tutto che noi siamo, l’infinito che noi siamo, un infinito vero, incommensurabile, perché nessuno di noi potrà mai sapere quante interazioni connettive si determinano tra questo testo che sto scrivendo e tutti i suoi possibili fruitori.
1. la differenza socratica
Per tanti anni abbiamo pensato che la conoscenza fosse il prodotto delle informazioni di cui ognuno poteva, in un certo momento, disporre, catalogare, gerarchizzare e selezionare. I nostri sistemi di apprendimento, le metodologie didattiche, le ricerche scientifiche, gli strumenti di decodificazione degli eventi sociali politici ed economici, sono stati costruiti su un paradigma, su un modello disciplinare secondo cui tanto più grande è la nostra informazione tanto maggiore è la nostra conoscenza. Un uomo colto sembra un uomo che sa, e che ha più strumenti per interpretare il mondo.
Però, Socrate, ad esempio, non la pensava così.
Egli attribuiva la sua conoscenza alla ignoranza, perché la consapevolezza di non sapere era l’unica vera sapienza che spingeva il ricercatore a parlare con gli altri, a comunicare. Per questo Socrate non scrisse nulla, perché è nella comunicazione, nel confronto critico con l’altro, non nella semplice informazione apodittica e presuntuosa, la ricerca che l’uomo deve compiere.
Dopo duemila anni, per primo Karl Popper ci ha illustrato dettagliatamente cosa volesse dire Socrate e, soltanto oggi, noi possiamo capire in pieno quell’insegnamento perché oggi soltanto, con internet, lo viviamo. Popper ci ha chiarito il messaggio democratico: non è l’informazione a darci la conoscenza, ma la comunicazione.
La conoscenza di un fenomeno non sta nella interpretazione che ognuno di noi ne ha, per quanto questa possa risultare informata e documentata, ma nelle connessioni comunicative imprendibili, eteree e immateriali che si determinano tra di noi, nello scambio di conoscenze e di visioni della realtà che i poli che noi siamo legano tra loro in un sistema reticolare di conoscenza. Una rete non è fatta solo di nodi, ma anche della corda che unisce quei nodi, è fatta di singoli e singolari poli e dei sottili fili che uniscono quei poli. Se queste connessioni sono di tipo razionale e critico, le nostre conoscenze sono scientifiche. Se queste connessioni sono estranee dal processo di falsificazione critica, sono prive di una qualsivoglia forma di oggettivazione, produrranno delle illusioni mitologiche e prescientifiche.
La differenza tra informazione e comunicazione è nota. È la stessa differenza che c’è tra la televisione e il telefono.
L’informazione ha soltanto una fonte e può avere uno o più destinatari, indipendentemente dalla risposta, senza ritorno, unidirezionale.
La comunicazione contempla il feed-back, un ritorno, una risposta, una struttura bidirezionale.
L’informazione è un fatto che avviene indipendentemente dalla nostra volontà.
La comunicazione, invece, è un atto che presuppone una volontà, occorre, cioè, una manifestazione di volontà affinché si determini.
La televisione parla comunque, che io la ascolti con più o meno attenzione. Se non alzo la cornetta del telefono che squilla, quella tecnologia non serve, è inutile, inutilizzabile e fastidiosa.
L’informazione è un’azione, la comunicazione è una relazione, una connessione, una sinapsi. Io non sono qui a darvi delle informazioni, noi siamo qui a comunicare. Ciò che si sta determinando tra di noi è una rete, una intelligenza collettiva, dove ognuno di noi è un punto, un nodo, un polo, una cellula di un solo cervello e le migliaia di miliardi di connessioni possibili sono le nostre sinapsi. Ciò che si sta determinando ora, qui, tra di noi, è un net, una rete: internet, appunto, un immenso cervello planetario che ogni giorno cresce, evolve, si espande essendo ancora al suo stadio di apprendimento infantile. Imparerà dai suoi errori, come tutti noi e come tutti i bambini alle prime loro esperienze, che si propagano a cerchi concentrici, con anelli di retroazione – come li ha chiamati Fiotjof Capra -, attraverso la rete e ritornano alla fonte. Un cervello mediatico che cresce ogni giorno al ritmo dell’8%; l’8% di possessori di e.mail in più ogni giorno.
Con una e.mail noi possiamo dialogare in modo collettivo e contemporaneo, o lo possiamo fare in differenti luoghi e ad orari differiti, superando i metalivelli del tempo e dello spazio, visto che possiamo partecipare ad una session scientifica, o anche ad una riunione del Consiglio dei Ministri, seduti scomposti a casa nostra. E possiamo superare interamente la fisicità della nostra presenza, per rappresentarci esclusivamente come essenza pervasiva in ogni forma di vita quotidiana. Al tempo stesso, con una e.mail, soltanto con una semplice e.mail, possiamo conservare e proteggere la nostra intimità e la nostra privacy, possiamo superare le nostre timidezze e nascondere i nostri tabù. Possiamo chiudere, con una password, aree intere di riservatezza, intranet di protezione individuale, bloccare gli accessi indesiderati o indirizzarli verso depositi di messaggi a cui risponderemo a nostra discrezione.
In internet la differenza socratica tra informazione che produce dati e comunicazione che produce conoscenza, è fisica, visibile, palpabile. I nostri figli lo sanno benissimo; non navigano a caso, non vanno alla ricerca di mp3 vagando come naufraghi negli oceani telematici dei portali. Scaricano canzoni mirando direttamente ai siti disponibili, si trasferiscono mappe di navigazione telematica via e.mail tra friendly groups, gruppi di net amici selezionati. Prima comunicano e poi verificano i dati. Prima di tutto creano delle connessioni comunicative e poi si documentano, in modo finalizzato, si dotano delle informazioni necessarie per costruire altre più utili e gratificanti connessioni. Ma non lo hanno capito i nostri sistemi di sicurezza che, nonostante l’inesauribile volume di informazioni di cui dispongono, non riescono a prevedere un attentato, che sia drammatico come quello di New York o beffardo come quello di Roma. E non è un caso che noi abbiamo sconfitto il terrorismo italiano con gli infiltrati, cioè con la costruzione di poli comunicativi che creassero connessioni con la rete occulta delle organizzazioni militanti, per aiutarci nella previsione e nella prevenzione. O, d’altra parte, la utilità e la utilizzazione dei pentiti nella lotta alla criminalità organizzata, non è una forma di riconversione della rete? Non si tratta semplicemente della inversione di poli che, invece di svolgere una funzione omertosa nella illegalità, cominciano ad offrire una prestazione comunicativa alla legalità?
2. la diffidenza connettiva
La rivoluzione connettiva è la tendenza fondamentale della nostra epoca, a cui abbiamo dato nome di complessità, il luogo in cui ognuno è collegato ad ognuno e chiunque al tutto.
Se non capiamo fino in fondo la differenza tra informazione e comunicazione nelle reti virtuali e nei territori reali, la nostra azione di contrasto rischia di essere vacua, molto dispendiosa ed insignificante. La confusione tra informazione e comunicazione, tollerabile ancora fino a qualche anno fa, è intollerabile oggi perché produce catastrofi.
Innanzitutto, mentre nell’informazione esiste ancora il problema del vero o del falso, nella comunicazione – come diceva il padre del villaggio globale Marshall McLuhan – esiste il problema del pieno e del vuoto.
Il problema dell’informazione che voglio trasmettere con questo testo è quali parole utilizzerò, se saranno esaustive, connotative o denotative; se saranno oggettive; se saranno falsificabili; se saranno vere o false.
Il problema centrale nella comunicazione è quante persone ascolteranno quante parole in quanto tempo e dove, se interverranno, se mi risponderanno, se parteciperanno; se saranno coinvolte; se resterà loro qualcosa; se avrò riempito quel vuoto cognitivo che sentivano di avere quando sono venuti qui ad ascoltarmi. E se non lo avrò fatto io, quel vuoto, chi lo avrà occupato?
Poiché la rete evolve in modo incontrollato e non lineare, le connessioni che io non ho costruito, per indifferenza o per pigrizia comunicativa, dove si saranno costruite e con chi?
Questo è un aspetto, a mio avviso, molto importante.
All’inizio del nostro studio, circa 3 anni fa, io credevo come tutti che l’obiettivo dei terroristi fosse quello di scatenare un panico multimediale con una politica di deterrenza. Credevo che volessero scatenare paura e terrore nei luoghi maggiormente regolarizzati e in società fortemente stabilizzate. Al primo convegno della nostra Associazione, sulla base di questa impostazione, abbiamo previsto un attentato in una importante città dell’Occidente.
Dopo l’11 settembre 2001, credo, che anche gli obiettivi strategici dei terroristi siano decisamente cambiati, abbiano alzato il livello, assunto una nuova dimensione.
Il loro vero, nuovo, obiettivo è la produzione del vuoto. Mirano a scardinare le connessioni della rete, a creare veri propri buchi neri che assorbono le energie e le risorse degli avversari politici.
“Dell’energia che alimenta il terrore – scrive Jean BAUDRILLARD – nessuna ideologia, nessuna causa, neppure quella islamica, può rendere conto”. Il terrorismo non mira nemmeno più a “trasformare il mondo”, mira al vuoto, alla produzione del vuoto laddove invece la globalità vuole riempire gli spazi, con strutture materiali e fisiche (di cui le torri realizzano una precisa raffigurazione simbolica) o immateriali e comunicative (la cui raffigurazione simbolica è internet).
In questo senso noi viviamo in un permanente “transfert terroristico di situazione”, dagli aerei suicidi di New York al virus di qualsiasi hacker. “Non si tratta quindi di uno scontro di civiltà, né di religioni, è qualcosa che va molto al di là dell’islam e dell’America, su cui si tenta di focalizzare il conflitto per darsi l’illusione di un confronto visibile e di una soluzione di forza”. Si tratta di una guerra mondiale al fenomeno del pieno che la mondializzazione stessa produce. Si tratta di provocare il vuoto, di determinare una frattura tra le connessioni che formano lo sfondo, di posizionare il buco nero del nulla al centro del nostro scenario planetario. Poi, quelle connessione verranno anche ricostruite, ma niente sarà più come prima. Si tratta di una “guerra frattale di tutte le cellule, di tutte le singolarità che i ribellano sotto forma di anticorpi” e interrompono le sinapsi che legano cellula a cellula, singolarità a singolarità, e riempiono la complessità inafferrabile del nostro presente – futuro.
Lo spirito del terrorismo è la sfida simbolica all’habitat comunicativo, che è la forma a cui la società globale si conforma, la rete che colma il vuoto e si estende in SPAZI DI LIMINALITA’.
La modernizzazione ha un obbligo mediatico a cui non può sottrarsi: deve continuare ad espandersi in questo cyber scambio permanente, deve costruire e ricostruire habitat. Rinunciare significherebbe appunto tornare in quella vacanza comunicativa e relazionale che ogni connessione tende invece ad occupare. I terroristi mirano a distruggere quegli habitat, a disconnetterci dallo sfondo che ci accoglie, dalla sicurezza della normalità, dallo scenario in cui ci riconosciamo. Perché è lo sfondo a dare significato al protagonista.
Per farlo si mimetizzano, nascondono la loro evidenza tra la nostra presenza, si acquattano nell’occulto del quotidiano, nel reale del virtuale, dietro i riflettori della informazione illuminata della nostra società mediatica. E aspettano, aspettano il momento in cui possono improvvisamente collegarsi, relazionarsi, costruire una loro crittografata intranet. Aspettano anche per anni, con l’obiettivo di minare in modo irreversibile l’habitat sociale della nostra connettività. Vogliono esibire, affermare, proclamare, esaltare il vuoto a cui anelano con una morte esplosiva. È il clamore del nulla, la “strategia dello zero morte” che “moltiplica all’infinito il potenziale distruttivo”. Il loro sacrificio è finalizzato alla disarticolazione del protocollo tecnico con cui abbiamo legato i sistemi, costruito la rete che ci unisce, che copre la distanza tra noi, che riempie le omissioni di comunicazione tra di noi con centinaia di migliaia di miliardi di connessioni.
3. la deferenza logica
In questo senso, dunque, la rivoluzione connettiva non è altro che una sconnessione definitiva, la distruzione delle relazioni e l’isolamento singolare; cioè, il vuoto di solitudine che inghiotte le democrazie moderne. Ma è una rivoluzione perché, per fronteggiare questa assenza assorbente di potere e di energia sociale, occorre cambiare radicalmente i nostri parametri cognitivi, dobbiamo pensare in modo diverso, abbiamo bisogno di un quasi pensiero.
Di fronte ad habitat cognitivi profondissimi, agli infiniti contesti di significazione della complessità in cui siamo immersi, il pensiero tradizionale, con la sua razionalità limitata, si perde “nello spazio semantico eccessivamente ampio che gli viene assegnato”. Intorno a noi, “è tutto un susseguirsi di manifestazioni espressive che vivono al limite di un compromesso fra traduzione lineare di un pensiero logico e un carico di suggestioni, di coinvolgimento empatico, di irrazionalità e di affettività che in ogni caso le anima e ne arricchisce (o, razionalmente, ne disperde) il senso e la fruizione: un compromesso fra motivazione e arbitrarietà, fra creatività e codificazione”(BETTETINI, 1991).
Ciononostante la nostra forma mentis resta interamente strutturata sul principio aristotelico di non contraddizione. Una cosa o è vera o è falsa, il bene scaccia il male, le ragioni si contrappongono ai torti, un sistema è aperto o chiuso. Oggi invece siamo costretti a ragionare con concetti di retroazione, entropia, reversibilità, autopoiesis, autoreferenzialità, simmetria, ologramma. Abbiamo bisogno di una logica della complessità in cui una cosa può essere vera e falsa al tempo stesso, dove un sistema è chiuso e contemporaneamente aperto, con conflitti che scoppiano, come voleva Hegel, dallo scontro tra due diverse ragioni, quando il bene genera il male. Abbiamo bisogno di ragionare con un criterio di complementarietà, piuttosto che con un criterio di opposizione, perché nella complessità posso determinarsi, in modo inintenzionale, tutte le possibili opzioni. E abbiamo bisogno di una codificazione linguistica nuova, libera dalla prigionia schizofrenica del linguaggio computazionale, in grado di valutare il più oggettivamente possibile quanto di più labile e imprendibile c’è, come appunto i comportamenti umani.
Sotto forma di azioni strategiche in contesti definiti – habitat – questi comportamenti possono essere valutati e addirittura previsti, appunto con una logica fuzzy, sfumata, chiaro-scura, costruita interamente su un presupposto di complementarietà.
Chi fa ricerca e vuole tentare di decodificare i fenomeni sociali, vive oggi una forte tensione tra il rapporto con la realtà multiforme della complessità, i fenomeni e gli eventi che deve analizzare, e l’autonomia normativa, il “mondo 3” dei concetti che deve rappresentare.
Chi fa ricerca vive in questo imbroglio che è, al tempo stesso, miscuglio, inganno e stratagemma.
Lui sa, il ricercatore lo sa, che talvolta rappresentando analizza o analizzando rappresenta.
E allora inventa modelli, strumenti metodologici di in grado di valutare gli impatti e definire i progetti. Si tratta di finzioni, riproduzioni, rappresentazioni che devono essere istruttive anche senza uno specifico referente veramente esistente, poiché si basano su scambi interattivi tra parti di un medesimo, definito scenario.
Sono sistemi di rappresentazione autoreferenziale di problemi, una sorta di meta evento che racchiude altri eventi, di fronte ai quali “non solo può apparire come superata ogni dicotomia sostanziale fra razionalità e analogia raffigurativa”, ma che scompone anche la tradizionale gerarchia di interpretazione concettuale con una sovrapproduzione di senso e di significato. Sono rappresentazioni di fenomeni sociali, parzialmente codificati sulla base dell’analisi descrittiva delle informazioni disponibili e dei procedimenti inferenziali della tecnologia più sofisticata; che assumono valenza scientifica in condizione dinamica, cioè quando la loro applicazione entra in un contesto di significazione attorno ad uno specifico e definito problema.
Il nostro obiettivo scientifico consiste semplicemente nel visualizzare una immagine-pensiero che, senza alcuna ambizione di completezza, permetta ai protagonisti una analisi/verifica sintetica, ma equilibrata, cioè senza perdite di significati e senza eccessi.
Noi la consideriamo una vera e propria astrazione formale, non un modello canonico, ma una mediazione di modelli, che possa essere parzialmente informatizzata, verso il play o verso il game a nostro piacimento.
Ogni volta che lo applichiamo, noi vorremmo costruire un vero e proprio habitat cognitivo, cioè un contesto interattivo in grado di fare sistema (produrre ed integrare) con i suoi stessi significati (contesto di significazione).
Cerchiamo un approccio che ci permetta di costruire delle relazioni, delle connessioni comunicative critiche, che siano in grado, secondo la ricorsività epistemologica della falsificazione, di generare processi di deduzione strutturale dagli atti ai fatti (certi atti potrebbero determinare certi fatti), dai ruoli ai soggetti (alcuni ruoli definiti potrebbero essere interpretati da soggetti definibili), dalle regole all’esercizio (regole verificate sul piano storico potrebbero far scaturire comportamenti storicamente verificabili).
In realtà, ci sarebbe anche l’ambizione generale dell’induzione dai fatti alle leggi, ma resta soltanto una speranza, e molto più spesso una drammatica illusione. Noi dobbiamo essere deferenti alla logica sfocata della complessità e alla imperfezione scientifica delle scienze sociali. Teniamoci la relatività delle regole e abbandoniamo la pretenziosa certezza delle leggi. D’altronde l’imperfezione nelle scienze sociali è una garanzia di affidabilità metodologica, è una risorsa insuperabile del processo di oggettivazione verso la realtà; come diceva Thomas Mann, appunto, che “la vita ha orrore della assoluta esattezza”.
Infatti, fino a qualche anno fa, la lama fredda della matematica tradizionale ha sezionato questi modelli, queste simulazioni, con una presunzione di rigore ed una pretesa di precisione.
Ora, da quando ci è stato insegnato che la matematica lineare ha perso la sua certezza, i nostri modelli hanno riacquistato capacità interpretativa e competenza scientifica; fiato e terreno per riproporsi con entusiasmo infantile e con baldanza al mondo della conoscenza. La nostra logica si fonda sulla analogia figurativa, la nostra metodologia è l’interscambio, il nostro obiettivo scientifico è nella produzione di senso che i protagonisti del sistema, i nodi della net conoscenza, possono formulare in modo autonomo ed imprevedibile. E questo habitat cognitivo può essere contestualizzato in relazione alla dimensione del problema analizzato. Può essere localizzato su un territorio circoscritto o può fruire dei new media per estendersi in aree di interazione libere dall’ancoraggio bidimensionale del tempo e dello spazio, ed invadere le altre dimensioni relazionali del pensiero visivo, come potrebbe essere, ad esempio, il caso della rappresentazione virtuale di eventi politici e la valutazione dei loro impatti.
Oggi, di fronte al dolore della imprevedibilità della violenza, al vuoto di terrore innumerabile, a comportamenti sfuggenti a qualsivoglia indice statistico o linguaggio matematico di quantificazione; di fronte alla inutilizzabilità delle banche dati strutturate su categorie logiche di Kantiana memoria, i nostri modelli fuzzy, costruiti sulle tipologie logiche di Russell e Whitehead, mostrano una maggiore capacità di accrescere il valore informativo della comunicazione.
Noi li consideriamo frattali di intelligenza (nel senso di intel/legere, di leggere dentro le cose), forme indefinibili di reti cognitive, connessioni, sistemi di interazione che vanno valutati soltanto una volta applicati, anzi, che fanno della valutazione critica l’essenza di ogni conoscenza.
4. il referente esistenziale
Forse non è il caso ora di entrare dettagliatamente nel merito. Ci sarà modo e occasione. Ma un punto lo possiamo definire.
La connotazione di questi modelli sta nella loro funzionalità indipendentemente, come ho già detto, da un referente veramente esistente. Precisato l’habitat di riferimento, i ruoli, le regole, gli obiettivi strategici, i soggetti, l’arco di conflittualità e i punti di crisi, stabilito in altri termini lo scenario, il modello può simulare un possibile evento, circoscrivere un’area di interattività e definire la rete delle possibili connessioni, anche senza uno specifico referente.
Il nostro è uno strumento fondamentale di significazione. Non semplice supplenza nei confronti della realtà, ma rappresentazione. A noi non interessa la similitudine, ma l’analogia, che è una ipotesi interpretativa, non nei confronti della realtà, ma nei confronti di un problema, di un fenomeno sociale possibile, di un avvento che potrebbe diventare un avvenimento e quindi un evento.
Il nostro modello non è un sostituto della realtà, è esperienza ed esperimento, una costruzione, non una ricostruzione, un progetto libero e liberato dal dovere della soluzione ottimale, una performance interpretativa di significati e di impatti che la rappresentazione delle variabili di un determinato fenomeno possono scatenare e, per certi versi, scaricare su una organizzazione complessa.
Ripeto: si tratta di un processo metodologico in grado di realizzare, tramite una serie incalcolabili di connessioni comunicative, un habitat cognitivo a varie dimensioni finalizzato alla riduzione della complessità. E posso fare questo, ridurre la complessità per scegliere quali significati selezionare e quindi decidere, anche nei casi in cui non esista il referente. Io non voglio rappresentare una realtà, voglio decodificarne i significati, e questo lo posso fare anche se i referenti del problema che sto trattando non esistano fisicamente, non abbiano una loro concretezza. Mi basta che sia definibile il loro ruolo, suddiviso in funzione interna al sistema e in prestazione esterna. L’importante per me è che questo referente “sia reperibile in un universo di idee e costruzioni mentali”. Nell’ambito della dinamica interattiva del nostro modello, se esiste, si manifesterà, forse senza profilo, ma con un suo valore specifico, con una sua possibilità, in una relazione di somiglianza, ma comunque con il suo segno e con il suo significato, perché “può cadere la referenza, ma resta sempre la rappresentazione”.
Questa cosa: avere un riferimento metodologico senza necessariamente avere un referente esistenziale, nei confronti di un nemico occulto come il terrorismo, o, per meglio dire, nei confronti di un protagonista evanescente, incardinato come un virus nelle maglie della rete connettiva della nostra realtà, non è una cosa di poco conto.
Ogni contesto è permeabile. Ogni organizzazione è pervasiva.
Noi abbiamo definito un modello di analisi e previsione della complessità permeabile e pervasivo, ma proprio per questo significante, cioè in grado di produrre significati anche in assenza di uno o più elementi.
La vita, si diceva una volta è una produzione di significati. Tanto più significati sappiamo detrarre dagli eventi che ci accadono, tanto più alta è la nostra comprensione del mondo, o anche soltanto dell’infinito circondario in cui abitiamo. Per questo è la comunicazione, e non l’informazione, a generare conoscenza; perché con la comunicazione si producono un maggior numero significati e significati maggiormente corrispondenti. In un sistema di comunicazione tutti possono dare un contributo, nei modi che sanno, ad estendere connessioni, affinché l’uomo si riconosca come tale nell’altro che incontra.
In una delle sue bellissime poesie Mario Debenedetti ci dice che, quando incontriamo un altro che non vogliamo, ci basta chiudere gli occhi e quell’altro non esiste. Naturalmente a condizioni di reciprocità. Anche l’altro può chiudere gli occhi, soltanto chiudere gli occhi, e allora siamo noi che non esistiamo.
Questo chiudere gli occhi è il vuoto terroristico che temiamo, è lo zero-morte che ci attanaglia.
In ogni occhio sgranato sul mondo, invece, c’è l’inestimabile valore della interconnessione, la vita emozionante della rete.
“Il compito dell’uomo saggio – diceva Schumacher – è di capire i grandi ritmi dell’universo e sincronizzarsi con essi”.
Anche noi lo facciamo, nei modi che sappiamo.
A una certa età, vogliamo essere saggi e teniamo gli occhi ben aperti.
ARONA Danilo, POSSESSIONE MEDIATICA, Marco Tropea Editore, Milano 1998
BAUDRILLARD Jean, LO SPIRITO DEL TERRORISMO, Raffaello Cortina, Milano, 2002.
BETTETINI Gianfranco, SIMULAZIONE VISIVA, Bompiani, Milano 1991
CAPRA Fiotjof, LA RETE DELLA VITA, Rizzoli, Roma, 1977.
DAHRENDORF R., PENSARE E FARE POLITICA, Laterza, Bari 1985
EIBL-EIBESFELDT Irenaus, L’UOMO A RISCHIO, Bollati Boringhieri, Torino 1992
KOSKO Bart, IL FUZZY-PENSIERO, Baldini & Castaldi, Milano 1999
LEVY Pierre, INTELLIGENZA COLLETTIVA, Feltrinelli, Milano 1996
LYON David, L’OCCHIO ELETTRONICO, Feltrinelli, Milano 1997
RUMELHART D. e McLELLAND J., PDP MICROSTRUTTURA DEI PROCESSI COGNITIVI, Il Mulino, Bologna, 1991
SCHUMACHER E. F., PICCOLO E’ BELLO, Mondadori, Milano, 1998
