La lotta al terrorismo che si sta portando avanti da 5 anni non è conclusa. La si può chiamare, a seconda delle ideologie o della dietrologia, conflitto bellico, guerra per il petrolio, missione umanitaria, invasione, progetto imperialista, liberazione, esportazione di democrazia, ma di fatto è una battaglia condotta - con mezzi tradizionali - contro un nemico che combatte su un piano che non contempla nemmeno per errore le convenzioni di Ginevra; un nemico talmente difficile da identificare che c'è ancora chi in "occidente" lo scambia per un partigiano che lotta per l'indipendenza del suo Paese.
La fase afgana e quella irachena sono capitoli di questa "guerra mondiale al terrorismo", che in realtà nasconde un moto costituente, una rivoluzione geopolitica. Chiara la prima, quella afgana, portata ad uno stato che non ha mai negato simpatie per lo Sceicco responsabile dell'11 settembre e il suo movimento, Al Qaeda. Meno chiara - apparentemente - è la fase irachena, condotta contro uno Stato governato sì da una tirannia, ma laica (si pensi che il vice di Saddam, Tariq Aziz era cristiano presbiteriano), che per questo motivo difficilmente poteva - al tempo - avere contatti con Al Qaeda. E inoltre su ragioni ufficiali traballanti sorrette dalla presunta presenza di armi di distruzione di massa, di fatto mai trovate. Altra cosa è la situazione attuale: è pacificamente riconosciuto che anche in Iraq oggi ci sia una infiltrazione di stampo qaedista; e oggi infatti pare aver senso continuare a combattere anche lì il terrorismo di matrice fondamentalista. Ma in realtà le motivazioni per questa azione in Iraq, meno note all'opinione pubblica che oramai punta tutto sul petrolio, c'erano, ci sono, e sono di tipo geopolitico: liberare l'Iraq (perché è vero e va ricordato che Saddam era un oppressore del "suo" composito popolo) avrebbe permesso di prendere - momentaneamente - il controllo di uno Stato messo al centro di un'area potenzialmente rischiosa per l'America, e ovviamente anche per l'Europa.
L'imprevisto non considerato, o sottovalutato, è stato la reazione della popolazione che non ha appoggiato l'America come speravano a Washington. Ad ogni modo, criticabile o meno, questa politica di intervento oggi non si può ritenere conclusa. E non perché si combatte ancora negli scenari descritti poco fa, perché il Terrorismo non è stato sconfitto, ma perché ci sono attori che stanno entrando sulla scena. In realtà sono da molto sulla scena, ma hanno recitato la loro parte in maniera defilata. Mi riferisco, ad esempio, all'Iran. È un ruolo drammatico quello che sta recitando questo Stato; tanto che la presenza in Iraq è in ragione proprio di questo ruolo. Il presidente iraniano Ahmadinejad sta cercando di dotare il suo paese dell'energia atomica. A fini non bellici e legittimante, sottolinea lui di fronte l'opinione internazionale. Ma ciò desta, altrettanto legittimamente, la preoccupazione della maggior parte dei governi del resto del mondo. In effetti non è chiaro perché uno Stato così ricco di petrolio necessiti di una fonte simile di energia, soprattutto considerando che l'investimento per ottenere tale energia è costoso, al punto che anche l'autorità religiosa iraniana di recente ha ribadito - quasi volendo prendere le distanze dalla "politica energetica" di Ahmadinejad - che sarebbe meglio pensare a scuole e strade invece che alle centrali per l'arricchimento per l'uranio. Ciò, ovviamente, non rappresenta un polemica fine a se stessa, ma cela il timore che hanno le autorità religiose. Queste infatti, in teoria superiori per costituzione al presidente, sono state di fatto detronizzate dalla forte personalità di Ahmadinejad, e vedono con preoccupazione la posizione che l'Iran sta assumendo anche agli occhi degli altri stati islamici e l'attuale politica del presidente, considerando soprattutto che il consenso interno al regime praticamente crollato. Gli analisti sono preoccupati dall'effetto che potrebbe avere la notizia che uno Stato governato da una teocrazia islamica, nell'ara mediorientale, possa aver raggiunto il livello di potenza nucleare, ponendosi così come leader in quell'area. Ma il presidente iraniano non si arresta e continua, è infatti di pochissime ore fa la notizia che l'Iran ha raggiunto la tecnologia per produrre uranio arricchito su scala industriale. Ad ogni modo, questa "politica energetica" non preoccupa in quanto tale, ma perché a portarla avanti è uno Stato che di fatto può essere definito "canaglia". Uno Stato cioè che ufficialmente nega di avere rapporti col il terrorismo o gruppi la cui azione potrebbe essere definita terroristica, mentre di fatto conduce attività non chiare proprio in tal senso, alimentando gruppi che usano il terrore come strumento di politico. C'è già in atto una guerra tra spie. L'esempio è la notizia di questi giorni: l'Independent britannico riferisce che i 15 marinai inglesi trattenuti dall'Iran, sono la risposta ad azioni degli americani condotte in terra irachena ai danni di funzionari iraniani. Gli americani, infatti, l'11 gennaio scorso hanno fatto irruzione nel consolato iraniano nella città di Erbil (nel Kurdistan iracheno) catturando 5 funzionari consolari che secondo gli americani fanno parte dei servizi Iraniani. Lo scopo dell'operazione era, pare, in realtà quello di arrestare due uomini elementi chiave dell'establishment iraniano: Mahammed Jafari, il vicepresidente del Consiglio nazionale di sicurezza iraniano, e il generale Minojahar Frouzanda, capo dell'intelligence della Guardia rivoluzionaria iraniana. Secondo il giornale britannico, i due uomini si trovavano in Kurdistan in visita ufficiale ed avevano incontrato il presidente iracheno Jalal Talabani e il presidente del governo del Kurdistan Massoud Barzani. Ma tale operazione non è andata come sperato. Negli stessi giorni provenivano da Washington ordini in merito al contrasto di agenti iraniani in terra irachena. La reazione di Tehran è stata, appena presentatasi l'occasione, la cattura di soldati inglesi, visti come soldati del nemico Occidente-imperialista. E a poco serve, in questa guerra sommersa, il fatto che con insolita magnanimità Ahmadinejad abbia deciso di rilasciare questi 15 marinai senza processarli; senza evitare ovviamente di fare ulteriore sfoggio di forza, ribadendo che era in diritto dell'Iran processarli e che dunque questa azione altro non è che un "dono" all'Inghilterra. A poco serve questa sua generosità, se non forse per cercare di creare una immagine di sé diversa, per cercare di creare una frattura all'interno dell'opinione pubblica europea e/o Americana; magari con la complicità di qualche Stato che pensi prima ai suoi interessi (economici) e poi a quelli della comunità internazione, così come avvenne con Germania e Francia ai tempi della "trattativa" anteguerra con Saddam. L'Iran persevera in questo atteggiamento ambiguo. Al punto tale che è verosimile pensare che i servizi segreti iraniani si siano infiltrati da tempo dentro Al Qaeda. Presumendo infatti il correntismo interno al movimento di Bin Laden che vedeva Al Zarqawi da una parte e il medico Al Zawahiri dall'altra, il secondo è ancora verosimilmente direttamente collegato allo Sceicco del terrore, di cui è da anni megafono e alterego mediatico; mentre il primo è pensabile che facesse riferimento a un altro "capo", che però non era e non è mai stato in evidenza. Tale riferimento potrebbe essere il regime di Tehran. L'Iran fomenta da una parte il fondamentalismo sciita nei suoi stati vassalli (Syria, Libano e alcune zone dell'Afghanistan) e dall'altra parte fomenta quello sunnita agendo sulla corrente deobandista taleban in Stati amici degli Usa, come il Pakistan e l'Afghanistan; il tutto allo scopo di destabilizzare aree inserite nel suo lebensraum. Lo scopo è sempre lo stesso, il terrorismo è come il petrolio o l'atomica: uno strumento per emergere come potenza dominante della parte orientale del globo. Di fatto, a prescindere dalla geopolitica di Al Qaeda, gli esperti impegnati sullo scenario iracheno ritengono certa l'influenza dell'Iran nella situazione irachena come su quella afgana; influenza tesa a destabilizzare ulteriormente - se possibile - lo scenario di conflitto. La guerra tra spie che sempre più difficilmente si cerca di tenere nascosta, non è altro che il preludio ad un possibile attacco Usa (o occidentale qualora l'Onu si schierasse drasticamente contro il regime di Tehran) all'Iran. Il quando dipenderebbe probabilmente dai tempi delle relazioni internazionali e dalle eventuali tempistiche in seno all'Onu, forse mesi; quanto al perché, come appare ovvio, è ancora la lotta al terrorismo e agli Stati che lo foraggiano.
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