Sono anni che si attende una riforma organica dei servizi. È dal 1995 che un decreto del governo Dini ha bloccato le assunzioni dirette, ma è da ancora prima che la struttura della nostra intelligence è diventata obsoleta: dal 1989, da quando - caduto il Muro - la guerra fredda è in pratica finita. Fino a quel momento l'Italia era usata come scacchiera di questo conflitto silente su cui giocava da una parte l'USA e dall'altra l'URSS (per farla davvero semplice); era vista come linea immaginaria di confine tra le due superpotenze, ipotetica cinquantunesima stella americana o ipotetico stato frontiera dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. In questo contesto avere un servizio che si occupasse di fare spionaggio (all'estero) e uno che si occupasse di fare controspionaggio (sul nostro suolo), con compiti praticamente divisi, aveva la sua logica. Il nemico era evidente ed identificato, tracciabili suoi movimenti e rintracciabili i suoi "agenti". Sempre che si lavorasse bene, s'intende.Ma da allora di cose ne sono cambiate molte. Già dall'inizio degli anni novanta con l'attentato al World Trade Center si è iniziato a profilare un pericolo che però si è sottovalutato fino al più famoso attentato del 11 settembre 2001: il pericolo del terrorismo di matrice islamica. Basti pensare infatti che all'inizio del 2001 un rapporto della CIA collocava, per gli anni avvenire, il pericolo terroristico integralista al quinto posto. Quello che emerge dagli eventi degli ultimi anni è un conflitto che è stato chiamato "asimmetrico". Un conflitto dove non ci sono più due parti ben definite e in aperto conflitto tra di loro, ma c'e' da un parte una organizzazione nascosta e ramificata che si mescola tra la gente, financo a creare l'equivoco che tutti gli islamici siano terroristi, e dall'altra non uno Stato singolo, ma l'insieme di quegli Stati che sono accomunati - a grandi linee - da un modo di vedere e concepire lo Stato e il mondo, almeno sotto un punto di vista economico; insieme di Stati che viene chiamato, forse con qualche forzatura, "occidente". In questo nuovo contesto, una intelligence come quella italiana è oramai sorpassata. Non è una cosa nuova, intendiamoci.
Da anni infatti non si fa che parlare di riforma della legge n. 801 del 1977 che regola la struttura dei nostri apparati dei servizi, SISMI, SISDE e CESIS. All'estero, in Europa e nel mondo, da tempo hanno provveduto a riformare l'intelligence: le leggi di Stati, ad esempio, come Australia, Francia, Germania, Inghilterra, Nuova Zelanda, Spagna, Sud Africa e Russia portano date che oscillano dal 1990 al 2002. Noi, anche se ci siamo resi conto da tempo di questa necessità, ancora non abbiamo provveduto. Ma si sa: in Italia le riforme si fanno sull'onda degli scandali o delle tragedie. Così per il decreto Martelli del 1992 all'indomani delle stragi di Capaci e via D'Amelio, e così oggi: dopo lo scandalo dell'imam Abu Omar rapito a Milano, finalmente sembra che una riforma organica e condivisa possa prendere il via.
Gli schieramenti politici, al di là dei partiti, fin dagli ultimi anni si erano posti su due fronti: coloro che volevano la unificazione dei servizi e coloro che volevano il mantenimento del sistema binario con un eventuale rafforzamento del CESIS (quindi un sistema tripartito in pratica). I disegni di legge sono stati moltissimi, nell'uno e nell'altro senso. Chi si oppone al sistema unico lo fa di fatto per paura di accentrare molti poteri nelle mani di una sola struttura. Sembra strano ma non si riesce a superare lo spettro dei golpe e dei "servizi deviati" che hanno fatto da colonna sonora negli anni di piombo e dello stragismo (per alcuni di Stato, appunto). Sono dubbi legittimi, ma sembrerebbe che abbiano un basamento più di demagogia che di reale e motivata preoccupazione. D'altra parte non mi pare che oggi qualcuno possa ragionevolmente dubitare della fedeltà di queste strutture alla Repubblica Italina e alla sua Costituzione. Chi invece mostra più simpatia per una unificazione ha altre ragioni di natura meramente pratica, giacché nessuno aspira al golpe. Di fatto avere un servizio solo che abbia due reparti con compiti divisi ratione loci, cioè in base al semplice suolo di operazione interno o esterno allo Stato, permetterebbe prima di tutto una maggior comunicazione tra gli agenti, analisti o operativi, che sarebbero coordinati da un "cervello" solo; si avrebbe un archivio solo e quindi si eviterebbero "buchi informativi" di una o dell'altra struttura poiché tutto confluirebbe in un solo centro; si eviterebbero "duplicazioni operative" ovvero il problema che a volte, per ritardo nel raccordarsi con l'organo di direzione (il terzo servizio di fatto), le due strutture si potrebbero trovare ad indagare su medesime piste; infine si risparmierebbe anche sulle strutture visto che non sarebbe tutto "doppio", archivio doppio, uffici doppi, ecc, ma basterebbe una unica struttura.
La base di partenza della scelta per il modello unico è il fatto che i fenomeni da contrastare oggi non hanno più un confine netto: non c'e' più lo spione russo o il brigatista rosso che erano bene identificabili e operanti su un determinato suolo. Oggi c'e' le reale possibilità che si parta ad indagare da un callcenter dell'Esquilino e la pista porti fino al Pakistan. Come affidare e poi gestire una indagine simile?
Ad ogni modo, a prescindere dalle predette argomentazioni, pare a tutt'oggi che il consenso sulla riforma si stia consolidando sul mantenimento del sistema attuale. Ma se si riesce a giungere ad un riforma questo "sacrificio" può anche essere fatto poiché la struttura non è l'unico problema, la riforma deve toccare tasti più dolenti: le famose garanzie funzionali e la formazione. Non si può lasciare al silenzio ipocrita della legge l'onere di (non) regolare la questione delle garanzie funzionali. Come dice il Presidente Emerito Cossiga, se bastasse il codice penale allora non servirebbero i servizi segreti. È logico quindi che questi si debbano muovere in un ambito grigio, al confine con la legalità e - a volte - al di là della stessa. Ma non agiscono se non alle dipendenze dello Stato, e di preciso fanno riferimento alla presidenza del consiglio dei ministri.
Dunque appare chiaro che sia lo Stato stesso a garantire per costoro assumendosi la responsabilità di autorizzare le loro azioni e al tempo stesso sancendo chiaramente una serie di norme scriminanti che impediscano la messa in stato di accusa di chi adempia al suo dovere istituzionale. Finora, come detto, la normazione dei servizi è stata del tutto carente. Forse per pudore culturale, pensando che far finta di nulla e non toccare l'argomento fosse meglio che affrontarlo e regolarlo. Ma non è stato un successo, le vicende recenti hanno dimostrato come sia facile da parte dei nostri giudici mettere sotto accusa gli operatori di intelligence e come questi poi si trovino in difficoltà a giustificare delle azioni doverose e necessarie senza una adeguata copertura politica. Questo è un nervo sensibile e la riforma se ne deve occupare.
Dalle notizie che si rincorrono in questi giorni pare che finalmente anche su questo versante ci sia convergenza da parte delle forze politiche. Mentre sul tema della formazione non pare che finora nessuno, o quasi nessuno, abbia posto l'accento. È ovvio che una legge di riforma strutturale non possa entrare nel dettaglio dell'organizzazione delle scuole dei servizi e delle modalità di reclutamento, i dettagli potrebbero essere lasciati alla disciplina regolamentare, ma prevedere una norma che ponga dei paletti, dei criteri generali inderogabili, è necessario. Se non altro ciò permetterebbe di destinare dei fondi del budget al capitolo formazione, evitando così la situazione che si ha oggi e che era descritta dall'allora ministro Pisanu a febbraio su Panorama, secondo il quale metà degli impiegati è da mettere a riposo perché non aggiornabile e l'età media è di 46 anni. Introducendo nella riforma una norma che regoli la formazione si darebbe anche modo di aprire un dibattito sulla carenza di interazione tra il mondo della intelligence e quello accademico: realtà che in molti Paesi si intrecciano affinché l'intelligence possa attingere da un bagaglio culturale e formativo non altrimenti disponibile. L'auspicio è che ci sia una proposta anche in tal senso che raccolga il più vasto consenso possibile. La riforma è necessaria, da molti anni è attesa e deve essere fatta. Ma non deve essere "cosmetica".
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