Non solo per il genitore, ma sopratutto per il bambino, la separazione rappresenta un’esperienza di perdita. Perdita del genitore che si allontana, unita alla perdita, ancor più traumatica, di un’identità individuale in fieri, che rimane ancora strettamente legata all’identità familiare (Dell’Antonio, 1993) [1]. La famiglia, infatti, per quanto disfunzionali fossero stati i rapporti al suo interno, ha da sempre rappresentato l’unico punto di riferimento per il bambino.
Tanto più se si considera l’aspetto cognitivo della questione.
Le risorse cognitive di cui il ragazzo dispone non gli consentono di ipotizzare realtà che non conosce, di formulare ipotesi o di prospettare differenti alternative rispetto alla situazione che affronta. Questo fattore è dovuto principalmente allo stadio dell'evoluzione del pensiero, per dirla con Piaget, a cui il soggetto è giunto al momento della crisi. Il pensiero logico, il pensiero razionale, in altre parole, il pensiero ipotetico-deduttivo, non compaiono che intorno agli 11 anni d’età.
Solo allora “le operazioni mentali del ragazzino non sono più limitate a concetti concreti ma anche a ragionamenti astratti, ad affermazioni puramente verbali o logiche, al possibile come al reale, al futuro come al presente” (Freeman, 1993). Il minore acquisisce così un metodo, sperimentale, che gli consente di formulare ipotesi in base ai nessi logici che finalmente è in grado di cogliere nelle preposizioni e quindi nelle situazioni.
Ciò si riflette, nella circostanza della crisi coniugale qui presa in esame, nella tardiva o mancata sperimentazione, da parte del fanciullo, di quel senso di liberazione da una situazione opprimente e di speranza in un futuro legame, che invece risulta essere dinamica fondamentale dei genitori, e nel non riuscire a proiettarsi in una prospettiva futura, potendo valutare solamente la situazione contingente, in questo caso critica.
Analizzando l’argomento dal punto di vista della sfera affettiva, appare evidente come il bambino si trovi a dover fronteggiare ansie di abbandono, a dover elaborare il lutto della precedente situazione familiare, e a dover ridefinire i rapporti con entrambi i genitori, i quali, frequentemente, riversano sul figlio aspettative, desideri e modalità relazionali che prima riversavano sul partner.
I comportamenti disadattivi che il bambino mostra, come il disagio scolastico, la Depressione infantile, il Disturbo da iperattività, nonché l’anoressia (la cui età di insorgenza sta diminuendo pericolosamente fino all’infanzia), i disturbi del sonno, come le malattie psicosomatiche, spesso sono causati dall’inadeguatezza dei meccanismi di difesa a contrastare il timore di abbandono, che costituisce il nucleo della crisi, oltre agli altri fattori.
Il disagio del minore si acuisce di fronte alla frustrazione da parte dei genitori alle sue domande, e se questi si mostrano rancorosi e rimostranti nei suoi confronti, proiettando su di lui emozioni e sentimenti in realtà rivolti al coniuge.
Spesso, poi, tale quadro è ampliato dall’impossibilità del soggetto a manifestare apertamente i propri sentimenti. Impossibilità dovuta alla indisponibilità degli adulti che si trovano a dover affrontare e gestire le proprie dinamiche individuali.
Egli diviene, pertanto, “aggressivo, intollerante, insofferente” [2] verso uno o entrambi i genitori, sentendosi impedito ad esprimere la propria opinione sui fatti e trovando nell’ostilità l’unico modo di recuperare la sua identità.
Risulta evidente, a questo punto, poter affermare che, per il minore, il superamento della crisi post-separazione dipenda in larga misura da come i genitori si pongono in relazione ai suoi vissuti, da come stiano gestendo la propria crisi e, principalmente, da quale ruolo occupi il bambino in questa crisi.
Nei casi di forte conflitto tra i genitori, il bambino può preferire ed accettare il legame con uno solo di essi. Questa istanza sembra principalmente rispondere all’esigenza interiore di sfuggire ad una situazione vissuta come contrastante e impossibile da gestire, piuttosto che alla ricerca di sicurezza.
Il soggetto tende, così, a sviluppare sentimenti di colpa e tradimento nei confronti del genitore escluso, sentendosi inoltre responsabile della separazione stessa. Questi sentimenti rafforzano maggiormente il suo rifiuto a vederlo e a mantenere i contatti con lui, tanto più se prima della separazione il rapporto tra i due era molto intenso.
Il rapporto con il genitore non affidatario è di estrema importanza per il bambino, poiché gli fornisce il sostegno necessario ad arginare l’ansia abbandonica ed a favorire il legame con il genitore con cui vive.
Accade frequentemente che i genitori oppongano resistenza a tale relazione, poiché hanno bisogno del figlio per “ricostruire la propria immagine” [3] e per trarre conferme alla loro paura di inadeguatezza. È attraverso la relazione con il bambino che il genitore percepisce sé come adeguato, ed ogni minaccia a questo legame viene vissuta come destabilizzante e lesiva della propria autostima.
In realtà ciò dipende molto dal legame con l’ex coniuge, dal ruolo che il genitore affidatario ha avuto nella separazione, e, principalmente, dall’immagine di sé precedente e successiva alla definizione del nuovo ruolo di “separato”.
Appare opportuno a questo punto segnalare come l’interesse del bambino non si identifichi nell’assecondamento delle sue richieste regressive, quanto piuttosto nel mutamento dell’atteggiamento di entrambi i genitori. È auspicabile che tale atteggiamento sia orientato verso la conservazione di un rapporto con entrambi.
Per garantire il bene del minore, è opportuno, inoltre, che le norme di affidamento siano valutate attentamente in modo da essere adattate alla situazione particolare, evitando con cura l’esecuzione forzata del provvedimento. Evento questo, che potrebbe rappresentare un trauma per il bambino, per ciò che quest’atto figurerebbe nelle sue fantasie sull’abbandono, sull’aggressività e sul potere dei genitori.
Lungi dal voler fornire un giudizio di valore in merito alla questione della separazione coniugale, la trattazione tenta di fornire un’analisi, seppure superficiale, di alcune delle dinamiche che intervengono durante il divorzio. La rappresentazione della realtà di ogni attore è l’unico oggetto di questo articolo, il cui fine è unicamente la disquisizione scientifica delle tematiche trattate. Sembra superfluo sottolineare come non si intenda in alcun modo fornire indicazioni moralistiche sull’argomento, ma piuttosto illustrare come la situazione del divorzio sia disturbante solo nel caso di comportamento deviante dei genitori nei confronti del bambino. Non che non rappresenti in ogni caso una profonda crisi per il minore, il quale, come abbiamo visto, si trova a dover ridefinire una parte consistente di se stesso, ma è una crisi che può risolversi senza generare disturbi psicopatologici permanenti, di solito proprio grazie al sostegno dei genitori. È laddove vi è comportamento deviante che la risposta disadattiva scaturisce meccanismi psicopatologici (rilevanti/significativi).
Copyright © 2007 Liliana Montereale, All Rights Reserved.
