Africa in noi
Vedevo il soffitto attraverso una bottiglia.
Era sera.
Era sera, una sera di non più inverno e vedevo, disteso sulla poltrona del mio ufficio, vedevo il muro, l’intonaco bianco attraverso una bottiglia d’acqua, di quelle di plastica, vuota, che spezzettava il soffitto e lo trasferiva nel prisma dentro me.
Era una sera di quasi inverno, di non più inverno, ed io me ne stavo stravaccato sulla poltrona del mio ufficio a guardare il soffitto attraverso una bottiglia di plastica, vuota dell’acqua che c’era. Rifrangenze di luce mirabilmente stupita.
Quella sera vedevo oltre al soffitto il binario delle lampade che illuminavano l’ufficio e pensavo che un binario è sempre il viaggio possibile, una fuga probabile.
Era una sera di non più inverno, una sera di sconfitta e di insufficienza e un viaggio possibile, una fuga probabile, avrebbe potuto anche essere una soluzione.
Fu allora che pensai che l’Africa è un paradosso, un inganno, una rinuncia. Forse una recriminazione. La voglia di ricominciare, un nuovo inizio. E fu allora che pensai che proprio questo, solo questo è il nostro atteggiamento di colonizzatori. Perché siamo noi i colonizzati di una vita che non ci sembra più nostra, che ci sfugge incredibilmente, irreversibilmente, fugge oltre di noi. Read more
AFRICA SENZA
in margine ad un viaggio africano
“l’accettazione della nevrosi universale (…) sottrae (l’uomo) al compito di costruirsi una nevrosi individuale” Freudl ventidue dicembre duemilasette, alle otto di sera, circa, di ritorno dall’Africa, in un mix di amicizie ed amori, stanchi, di fronte ad un rullo che non rullava, a Milano, a Milano Malpensa, in attesa del trasbordo di valigie che non venivano trasbordate, sbattuti e nervosi, anzi innervositi, in silenzio e nella concentrazione di chi vuole concludere una partenza iniziata ed un arrivo infinito, il ventidue dicembre duemilasette, circa alle otto di sera, eravamo lì, eppure abbronzati, appesi ai carrelli, a riprenderci i bagagli, a Milano Malpensa, per passare a Linate e imbarcarci per Roma, di ritorno dall’Africa.
Anche io ero lì, naturalmente, quella sera, il ventidue dicembre duemilasette, alle otto di sera, circa, all’aeroporto di Milano Malpensa, di fronte a quel rullo che non rullava, pronto per essere trasportato, come le mie valigie, da un pulman a Milano Linate, dopo aver preso i bagagli, per essere reimbarcati, io e le mie valigie, per Roma, ormai dirottati dal terrorismo dell’interesse economico occidentale. Read more
AFRICA CON
in attesa di un ritorno africano
Né la minuzia simbolicadi sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici fatali rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo:
è lo stupore davanti al miracolo
che malgaro gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

