Paul Watzlawick e colleghi (1967) hanno introdotto una differenza di fondamentale importanza nello studio della comunicazione umana:
ogni processo comunicativo tra esseri umani possiede due dimensioni distinte: da un lato il contenuto, ciò che le parole dicono, dall'altro
la relazione, ovvero quello che i parlanti lasciano intendere, a livello verbale e più spesso non verbale, sulla qualità della relazione che
intercorre tra loro.

The interlingua
four functions of the word in the political dialogue.
1. The antilingua “Voice for voice reached me an echo”, the poet says, to point out an epoch in which the dialogue is grown weak, is extinguished in front of the enormousness of the events. The din of every explosion suffocates the words of the protagonists and leaves only a supported distant reverberation, for a few days, from the means of communication of mass. Unfortunately the discourse of our historical epoch is not fragmentary as Roland Barthes1 he would have liked, it is not composed in a language. Unfortunately the discourse of the our present political is stammering. Positions of fear, the expressions of the modernity stumble on events that they don't know how to check anymore, disconnected among them, I would say dislessici, that cannot tie in an articulated expressive finished. They stammer. Seem to me to assist to the “Dialogue among two writers in crisis”, well described from Italo Calvino, in which both make their oppositions extreme, a little bit because they believe in what they say and a little bit to reciprocally make themselves some evil. Each continuous to represent his world. Each talks of itself to the other. Each runs away in his antilingua and it produces for the other a terror semantic fact of “meant removed, relegated after all to a perspective of words that than for him same they don't want to say nothing or they want to say something of vague and sfuggente”
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L’interlingua
Quattro funzioni della parola nel dialogo politico.
Quando uno vuole governare il mondo deve preoccuparsi dei toni e delle parole dei governati. O lo fa conoscendoli. O lo fa decentrando. Altrimenti diventa un oppressore e deve subire la reazione degli oppressi. Di fronte alla miseria, la correttezza comportamentale è una sovrastruttura culturale. Non è necessario essere marxisti per comprendere questa banalità. La lingua dei poveri è l’antilingua dei ricchi. E viceversa.
Sul dialogo tra nemici è noto l'esempio presentato da Karl Popper in uno dei suoi ultimi articoli scientifici. Egli sosteneva l'utilità della comunicazione tra soggetti con cornici culturali totalmente opposte. Ad esempio, portò la scelta di re Dario di mettere Indi ed Egizi gli uni di fronte agli altri, per fare in modo, attraverso degli interpreti, che almeno avessero reciproca conoscenza. I Romani risolsero il problema della interpretazione dei codici culturali delle diversificate province che amministravano, lasciando il controllo sociale dei territori ai governatori locali, cioè con l'autonomia amministrativa.
Quando uno vuole governare il mondo deve preoccuparsi dei toni e delle parole dei governati. O lo fa conoscendoli. O lo fa decentrando. Altrimenti diventa un oppressore e deve subire la reazione degli oppressi. Con il crollo del muro di Berlino, l'Occidente ha avuto la Responsabilità di governare il mondo.
Codici linguistici della violenza
…dei codici della violenza e della violenza senza codice.
Hanno un indirizzo improbabile. Vengono ospitate normalmente in una casa senza pareti.
Frequentano i blog.
Sono i vaganti della rete, i net vagabondi dell’era moderna.
Sono parole scelte senza controllo. Eppure sono accolte perché “ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono”diceva Borges.
Internet è pieno di frammenti di vita individuale o momenti di comunione tra persone con stessi ideali e fedi. Un blog è una casa in cui si deve stare alle regole del padrone. Non si può derogare a questo principio universale di ospitalità, nemmeno in una rete. Un blog è un sito in cui il proprietario è il moderatore di un discorso scelto da egli stesso. Si inserisce uno scritto vagante, con una propria opinione su un argomento generale e quelli che lo leggono lo discutono, spesso invitati alla conversazione nel salotto buono delle chat dallo stesso proprietario di casa/blog. Si immettono considerazioni e commenti sul “post”, cioè su un tema o uno scritto specifico. Ma non specialistico. Nel blog si ha la libertà di non sapere, di dire senza citare, la libertà di sbagliare.
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Perché nel blog si mantiene l’anonimato. Il blog è animato dall’anonimato. Se è gestito da un gruppo di persone, poi, ha un certo fascino: sono persone radunate da altre persone.
Questo è il bello: nel blog non c’è mai gente e nemmeno individui. Nel blog ci sono solo persone, mai individualizzate e mai massificate.
Le persone si presentano con il nome scelto e non dal nome imposto. Il nikname è la libertà di ripartire da zero, perfino nel nome. Il blog è l’emblema della integrazione emblematica: persone ospitate senza essere conosciute. Anzi, addirittura non esistono invitati, ma solo accolti, sconosciuti ai moderatori. In realtà, però, ognuno cerca il sito per condividere e confermare i propri pensieri (a se stesso). E questo socratico cercare se stessi socraticamente informa. Si producono novità automatiche relative a una questione o ad altre icone del quotidiano (cantanti, squadre di calcio, attori, eventi di cronaca…). Il blog informa in uno spazio comunicativo perché c’è bisogno di un background condiviso per potersi inserire in questa comunità. Ciò permette, seppur con variazioni singolari, un codice linguistico che varia per tipologie di blog differenti. E, come sempre codici, trasporta con sé modelli estetici paralinguistici come sfondo, immagini, foto, video, musica, volti per accrescere l’effetto del post e per formattare semantiche imitative. Così il blog può trasformarsi in un contenitore di umanità, la fonte di sfogo di un sentimento o il mezzo per accumunarsi e accoccolarsi le persone che lo leggono e/o che vi partecipano.
Il decalogo dello sproloquio
Dieci rischi del discorso politico con il nemico.
1. Guerra di parole
Mi stupisco dello stupore di tanti analisti di fronte ad un attentato dichiarato, preannunciato.
Tutti hanno più volte affermato, in questi giorni di dolore, che gli italiani in Iraq avevano raggiunto un alto livello di partecipazione e consenso nella popolazione.
Questo dimostra, semmai, che la coalizione non ha capito il codice culturale del nemico e finisce per misurarsi con un soggetto sconosciuto, invisibile, che morde quando e dove meno te lo aspetti.
Le menti che hanno pianificato le operazioni militari in Iraq non avevano conoscenza della società irachena, della sua cultura, del suo modo di funzionare, di essere.Ed oggi ne paghiamo drammaticamente il prezzo.
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Ancor più drammaticamente lo sente in me che sto citando alla lettera una dichiarazione rilasciata nel marzo scorso.
Nel pieno del conflitto israeliano palestinese, Sharon ha permesso a una delegazione di oppositori parlamentari di incontrare la controparte bellica.
Il tentativo dichiarato era quello di tentare, per il tramite di un interlocutore politicamente contrario al governo, una strada di dialogo con l'ambizione di cercare una soluzione laddove soluzione non c'era.
E difatti non fu trovata.

