La separazione dei genitori vissuta dal bambino.
Non solo per il genitore, ma sopratutto per il bambino, la separazione rappresenta un’esperienza di perdita. Perdita del genitore che si allontana, unita alla perdita, ancor più traumatica, di un’identità individuale in fieri, che rimane ancora strettamente legata all’identità familiare (Dell’Antonio, 1993) [1]. La famiglia, infatti, per quanto disfunzionali fossero stati i rapporti al suo interno, ha da sempre rappresentato l’unico punto di riferimento per il bambino.
Tanto più se si considera l’aspetto cognitivo della questione.
Le risorse cognitive di cui il ragazzo dispone non gli consentono di ipotizzare realtà che non conosce, di formulare ipotesi o di prospettare differenti alternative rispetto alla situazione che affronta. Questo fattore è dovuto principalmente allo stadio dell'evoluzione del pensiero, per dirla con Piaget, a cui il soggetto è giunto al momento della crisi. Il pensiero logico, il pensiero razionale, in altre parole, il pensiero ipotetico-deduttivo, non compaiono che intorno agli 11 anni d’età.
Africa in noi
Vedevo il soffitto attraverso una bottiglia.
Era sera.
Era sera, una sera di non più inverno e vedevo, disteso sulla poltrona del mio ufficio, vedevo il muro, l’intonaco bianco attraverso una bottiglia d’acqua, di quelle di plastica, vuota, che spezzettava il soffitto e lo trasferiva nel prisma dentro me.
Era una sera di quasi inverno, di non più inverno, ed io me ne stavo stravaccato sulla poltrona del mio ufficio a guardare il soffitto attraverso una bottiglia di plastica, vuota dell’acqua che c’era. Rifrangenze di luce mirabilmente stupita.
Quella sera vedevo oltre al soffitto il binario delle lampade che illuminavano l’ufficio e pensavo che un binario è sempre il viaggio possibile, una fuga probabile.
Era una sera di non più inverno, una sera di sconfitta e di insufficienza e un viaggio possibile, una fuga probabile, avrebbe potuto anche essere una soluzione.
Fu allora che pensai che l’Africa è un paradosso, un inganno, una rinuncia. Forse una recriminazione. La voglia di ricominciare, un nuovo inizio. E fu allora che pensai che proprio questo, solo questo è il nostro atteggiamento di colonizzatori. Perché siamo noi i colonizzati di una vita che non ci sembra più nostra, che ci sfugge incredibilmente, irreversibilmente, fugge oltre di noi. Read more
AFRICA SENZA
in margine ad un viaggio africano
“l’accettazione della nevrosi universale (…) sottrae (l’uomo) al compito di costruirsi una nevrosi individuale” Freudl ventidue dicembre duemilasette, alle otto di sera, circa, di ritorno dall’Africa, in un mix di amicizie ed amori, stanchi, di fronte ad un rullo che non rullava, a Milano, a Milano Malpensa, in attesa del trasbordo di valigie che non venivano trasbordate, sbattuti e nervosi, anzi innervositi, in silenzio e nella concentrazione di chi vuole concludere una partenza iniziata ed un arrivo infinito, il ventidue dicembre duemilasette, circa alle otto di sera, eravamo lì, eppure abbronzati, appesi ai carrelli, a riprenderci i bagagli, a Milano Malpensa, per passare a Linate e imbarcarci per Roma, di ritorno dall’Africa.
Anche io ero lì, naturalmente, quella sera, il ventidue dicembre duemilasette, alle otto di sera, circa, all’aeroporto di Milano Malpensa, di fronte a quel rullo che non rullava, pronto per essere trasportato, come le mie valigie, da un pulman a Milano Linate, dopo aver preso i bagagli, per essere reimbarcati, io e le mie valigie, per Roma, ormai dirottati dal terrorismo dell’interesse economico occidentale. Read more
AFRICA CON
in attesa di un ritorno africano
Né la minuzia simbolicadi sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici fatali rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo:
è lo stupore davanti al miracolo
che malgaro gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.
Borges
Terrore & Democrazia
LA CONQUISTA DELLE MENTI E DEI CUORI:
IL
SOFT POWER
NEL CONTRASTO AL JIHADISMO GLOBALE
Roma, 28-29-30 novembre 2007
Convegno internazionale
Profilo e obiettivi del convegno
Visualizza il video dell' evento
L’Associazione Culturale Arcipelago Italia in collaborazione con il Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica Ce.A.S., con il supporto del Centro di Studi sull’Intelligence e la Sicurezza della Link Campus University e del Centro “Gino Germani” di Studi Comparati sulla Modernizzazione e lo Sviluppo, organizza il convegno sul tema:
“La Conquista delle menti e dei cuori: il soft power nel contrasto al jihadismo globale”
che si terrà nei giorni di 28 – 29 e 30 novembre 2007 presso il Centro Congressi Matteo Ricci della Pontificia Università Gregoriana di Piazza della Pilotta, 4.
L’evento, che si colloca nell’ambito di un programma di seminari annuali su “Terrore e Democrazia”, si prefigge i seguenti obiettivi:
1) Fornire un quadro aggiornato delle strategie di propaganda, disinformazione e guerra psicologica perseguite da al-Qa’ida nei confronti del mondo islamico e dei Paesi occidentali.
2) Discutere possibili strategie per contenere e contrastare il jihadismo con gli strumenti del soft power : la comunicazione, la persuasione, l’influenza culturale, il rafforzamento di movimenti riformatori e modernizzatori nel mondo islamico.
Al convegno, che ha l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana e delle istituzioni italiane ed europee parteciperanno autorevoli relatori ed esperti in materia di terrorismo, radicalismo islamico e intelligence strategica, provenienti dagli Stati Uniti, Europa, Russia e Medio Oriente.
L’evento è stato ideato dal Segretario Generale del Ce.A.S. Francesco D’Arrigo.
Il Direttore Scientifico del convegno è il Prof. L. Sergio Germani, che ne ha curato i contenuti scientifico-programmatici.
Comunicazione
XIV international summer school on religions in Europe
14ª International Summer School on Religions in Europe
A cura di Arnaldo Nesti, Andrea Spini, Enzo Segre Malagoli, Pino Lucà Trombetta
Il termine globalizzazione evoca l’idea di una sfida decisiva per le nostre economie, di un pericolo per l’integrità della cultura e dei valori. Sia che si ritenga che essa porti all’omogeneizzazione e alla “mcdonaldizzazione” del mondo, sia che, all’opposto, si ritenga che essa accentui le differenze e i conflitti, “globalizzazione” è diventato, nel senso comune e in molta letteratura, sinonimo della Babele contemporanea: della confusione dei linguaggi che ha messo in crisi consolidati equilibri materiali e simbolici.
Eravamo abituati a concepire le identità come strutture relativamente solide, in grado di reprimere ciò che le contraddiceva e di imporre un ordine gerarchico; a rapportarci con un’immagine di noi stessi duratura, cui corrispondeva una relativa stabilità degli assetti sociali e dei ruoli personali. Tutto ciò appare minacciato dalla comunicazione globale, supportata dai nuovi media, che ci immerge in una simultaneità di mondi paralleli, reali e simulati, nei quali sempre più esprimiamo aspetti importanti della vita, a volte in contraddizione fra loro. All’identità tradizionale, se ne sostituiscono quindi altre, più morbide, flessibili e meticcie, costruite in un ambiente sociale caratterizzato, anch’esso, da mutamenti accelerati, nel quale tutto sembra intercambiabile e relativo. Di fronte a tutto ciò è facile indulgere a prospettive che, esaltando gli inevitabili elementi di dispersione e disagio, annunciano calamità imminenti, siano esse economiche, ambientali, morali o religiose.
E tuttavia, la sfida che la globalizzazione ci pone è di non accontentarci di tracciare la cartografia della dispersione e di trovare un senso all’interno del pluralismo, di stabilire mitologie fondanti nel relativismo dei valori, di inventare identità personali e collettive, in grado di fornire energie ideali. Identità che non siano il ripristino, impossibile e pericoloso, delle rigidità precedenti né la semplice accettazione anomica del pluralismo. Si potrebbe anche dire che la definizione della condizione attuale come una “Babele” insensata corrisponda alla difficoltà di compiere il salto epistemologico, di trovare la giusta angolatura che permetta di leggerla in positivo. Da questo punto di vista le visioni catastrofiche appaiono più come interessanti oggetti d’analisi genealogica, che strumenti utili per comprendere la contemporaneità.
La Summer School 2007 affronta questi temi ponendo al centro la questione delle identità: siano esse religiose in senso tradizionale oppure riferite, più genericamente, alla dimensione spirituale e simbolica. Nel far ciò, presta attenzione al ruolo dei nuovi media (computer, internet, tecnologie digitali) nel mettere in crisi i tradizionali assetti e nel porre le basi tecnologiche e comunicative su cui costruirne di nuovi. Lascia invece sullo sfondo i temi dell’economia, della politica e dei rapporti di potere internazionali, pur decisivi nel definire gli equilibri emergenti. Vuole quindi essere un’occasione di riflessione sul disagio contemporaneo, ma anche sulle strategie di integrazione di senso rese possibili dagli stessi fattori che ne sono all’origine.
Intelligence e Democrazia– La relazione responsiva nella società della comunicazione
Avrà qualche significato che la lingua italiana ufficiale stenta a recepire il termine “Intelligence”? Eppure la chiara derivazione latina dovrebbe aiutare i nostri linguisti ad introdurre questo termine nel vocabolario più di altri termini che tali nobili derivazioni non hanno. E così “Intelligence” rimane nel nostro Paese e nella nostra cultura nella vaghezza, quasi in un ambito di segreto e di umbratilità; l’indeterminatezza fa sì che il vocabolo possa addirittura essere inteso ed utilizzato correttamente sia in senso maschile che femminile. Se per “Intelligence” si intende la struttura o l’organizzazione il termine è concordato al maschile, mentre se per “Intelligence” si intende l’attività il termine si concorda per lo più al femminile. Si impiega dunque un aggettivo e non un sostantivo per indicare una delle attività più antiche, più affascinanti e più delicate condotte dall’uomo per assicurare sicurezza al gruppo, alla polis, all’organizzazione, al Paese di appartenenza.
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E’ di grande importanza ed interesse che in ambito universitario ci sia chi si adoperi per creare cultura dell’Intelligence. Alessandro Ceci appunto, nel suo libro “Intelligence e democrazia” compie con successo un rilevante sforzo intellettuale e scientifico per delineare il ruolo dell’Intelligence in una moderna democrazia. Una vera e propria scoperta, una teoria innovativa che deriva da un notevole ed accurato impegno culturale. Ceci affronta il problema del rapporto del potere con uno dei suoi più delicati strumenti in ogni sua sfaccettatura e riesce a concepire e proporre al lettore elementi di novità. Altro grande pregio di questo lavoro è fare cultura dell’Intelligence, studiarne a fondo ruoli, attitudini e capacità nel tentativo di far comprendere a tutti, con tutta la valenza del rigore scientifico dello studioso, che questa materia è di interesse vitale per uno Stato moderno. Oggi più che mai la sicurezza del sistema democratico non può prescindere dal supporto offerto dall’Intelligence. Le proposte innovative e le considerazioni dell’Autore possono o meno essere accettate e possono essere totalmente o parzialmente condivise. Non è questo il punto. Ceci offre un contributo scientifico di valore ad un argomento di grande attualità; affronta una materia complessa, in continuo divenire, profondamente e sostanzialmente mutata in ogni sua componente da processi di destabilizzazione inarrestabili, che hanno rivoluzionato il nostro stesso modo di vivere e di pensare attraversando con effetto dirompente non soltanto le organizzazioni, ma gli stessi principi fondanti che facevano da base e da collante per le organizzazioni stesse. Tutto è rimesso in discussione, ogni schema è saltato, l’era della comunicazione ha sconvolto e, spesso, ridicolizzato l’antico concetto di segreto. Quasi nulla è mistero. Tutto lo scibile umano è disponibile in ragione di un buon 90 – 95% sullo schermo di un PC comperato per pochi euro. Il sussurro della spia, dell’informazione riservata è divenuto spesso un urlo difficile da gestire e da contenere. L’autore giustamente evidenzia come la gestione delle informazioni sia delicatissima non soltanto per quanto concerne la fase di analisi di ciò che è acquisito, ma forse ancora di più quando il prodotto Intelligence viene comunicato. Un rapporto delicato e difficile si è instaurato tra Intelligence e comunicazione e democrazia e comunicazione. L’analisi di questo rapporto è base per fare oggi Intelligence, a tutti i livelli. Un confronto, questo, ancora in espansione, che rischia di far saltare ed implodere lo stesso concetto di Intelligence e lo stesso concetto di Democrazia. |
La comunicazione è stata sempre uno strumento di grande impatto, utilizzata da sempre dal potere, ma oggi più che mai è divenuta elemento determinante di condizionamento e, di fatto, essa stessa potere che può utilizzare altri strumenti o essere utilizzato per raggiungere obiettivi impensati: particolarmente giusta è la riflessione che, in taluni casi, i responsabili dell’Intelligence divengono Capi di Stato, detentori del potere, particolarmente giusta è la riflessione che il potere del terrorismo moderno è tutto incentrato sulla comunicazione.
Autore: Alessandro Ceci
Titolo: “Intelligence e Democrazia” – La relazione responsiva nella società della comunicazione
Editore: Rubbettino 2007
Prezzo: € 14,00
Psicologia del terrore
Decostruzione dei pattern comportamentali e del profiling psicologico: una metodologia di psicologia criminale.
Nell'ambito dell'attività di ricerca presso la società C-cube, abbiamo sviluppato la Teoria della Decostruzione. La decostruzione è una metodologia di valorizzazione dei limiti di un fenomeno, che si propone innanzitutto di identificare la costruzione concettuale e linguistica di una determinata informazione. Quale fase specifica prevista dal modello COMP, la decostruzione è un modo per smontare un fenomeno e per rimontarlo secondo diversi criteri. La conoscenza di un evento viene interpretata al di là della sua trama evidente con la rottura dei suoi metalivelli, cioè con la sua consequenzialità spaziale e temporale. La successione logica degli avvenimenti è ordinata dagli attori su basi storiche e le regole sociali e non secondo la predefinita susseguenza razionale dell'analista. La decostruzione è una tecnica utilizzata per incrementare la percezione degli eventi invertendo e modificando le regole di composizione per evidenziare in un nuovo contenitore gli elementi connotativi e denotativi.
…gli squarci del nulla - Capitolo 1
Il male: l’ottava notte di Dio
Morte occultata e morte proclamata, contaminazione, mutilazione, avvelenamento, deflagrazione, tortura, impiccagione, stupro, pedofilia, ricatto, strozzinaggio, insulto e offesa, mobbing e stalking, percosse, persecuzioni, schiavizzazioni, amputazioni di organi per il commercio dei trapianti, morti per fame e per sete, povertà, sporcizia, la ricomparsa della lebbra, AIDS e droga... La realtà è contrassegnata dall’assurdo di cui il male è una manifestazione. (Alblert Camus) O il male è ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura (Agostino d'Ippona) O la paura è il male che abbiamo (Alessandro Ceci) “In realtà i nostri concittadini non sono sprofondati così in basso come temiamo perché non erano mai saliti così in alto come credevamo…[…] che lo stato proibisce all’individuo di commettere iniquità non perché desideri abolirle ma perché vuole averne il monopolio come per il sale e i tabacch.”. (Freud) “Al di sopra e al di là di ogni fattore esterno, le decisioni ultime risiedono sempre nella psiche umana” […] “affinché si muti l’intera realtà deve prima mutare l’individuo singolo”. (Jung). Read more
SHAHID ISLAMISTI: “MARTIRI” O TERRORISTI?
Questo sentimento di insicurezza derivato dalla paura di attentati terroristici, ha obbligato i singoli Stati a prendere provvedimenti per la sicurezza interna in risposta alle richieste dei cittadini, mettendo in discussione la libertà del singolo in nome della sicurezza nazionale. Parte della strategia scelta dai terroristi è stata quella di dimostrare al nemico che nessuno Stato è in grado di proteggere costantemente i suoi cittadini. Con gli attentati dell’11 settembre “ci troviamo di fronte all’evento assoluto, alla madre di tutti gli eventi, all’evento puro che racchiude in sé tutti gli eventi che non hanno mai avuto luogo. Tutto il gioco della storia ne è stato sconvolto e con esso le condizioni dell’analisi. Dobbiamo fare una pausa di riflessione”[1]. Queste parole, pronunciate da Baudrillard subito dopo gli attentati, mettono in evidenza la necessità di fermarsi un attimo a riflettere per cercare di capire.


