…della violenza genetica
1. La storia è ubriaca di morte. “La violenza torna, come una marea, a invadere il terreno (ideale e pratico) dal quale sembrava ritirarsi.”[1]
Ma è mai scomparsa?
C’è mai stato un momento, un solo momento nella storia dell’umanità in cui sia totalmente scomparsa la violenza provocata e subita?
L’immagine della marea c’illude e ci delude. Ci lascia credere in un’epoca di secche, in cui le coste della pace emergono e il mondo prosegue senza conflitti, serenamente. Invece non è mai stato così. La violenza è forse l’unico filo rosso che congiunge tutte le epoche storiche.
Ed oltre.
La violenza è esorbitante, trabocca, esce dalla storia per invadere la cronaca, la vita quotidiana e la nostra apparente normalità. La violenza è incontenibile e mimetica, sa nascondersi, occultarsi, adattarsi all’habitat e trasformarsi da fisica a psicologica, da etnica a culturale, da tecnologica a tecnica, da gerarchica a professionale.
Non potendo classificare le multiformi espressioni di un fenomeno così arcaico ed evolutivo, Jean–Claude Chesnais nel tracciare la sua storia della violenza distingue 3 macro categorie (privata, collettiva e retorica) e 3 sole tipologie (il crimine, il suicidio e l’incidente)[2].
Resta il fatto, comunque classificata, che la violenza ha avuto una sua continuità storica, una regolarità di applicazione che nessun altro agente sociale o politico ha mai dimostrato in un così lungo periodo.
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ALIEN
L'insostenibile solitudine dell'umano
Le strade della nostra società opulenta, i vicoli, gli angoli nascosti della modernità e della ricchezza, sono frequentati da "uomini la cui vocazione è il paradosso"1, cittadini di altre città, uomini e donne che quotidianamente "scommettono la propria vita sullo spartiacque dell'emarginazione"2.
Imprigionarli in una categoria è difficile, ormai impossibile.
Sono tanti, dispersi ed insospettabili.
Talvolta si riconoscono per stereotipi, talvolta non si riconoscono, si mimetizzano o s'ignorano. Prostitute, barboni, tossici, immigrati, rom, handicappati, ma anche sfrattati, omosessuali, insoddisfatti, precari di lavoro e di affetti, disadattati, occultati dalla comunicazione multimediale, rimossi dalle relazioni fra pari, eterodiretti, cittadini senza cittadinanza, esclusi, estraniati da ogni azione sociali.
Isole ed isolati; sono uomini in preda al silenzio.
E sono una moltitudine, una massa sparsa di solitudini abbandonati nelle lontane galassie della modernità, recintati nei loro mondi distinti, distanti. Read more
IL PARADIGMA AMBIENTALE O ECOLOGICO DELLA SICUREZZA
- ipotesi di studio -
Da anni mi domando come si possa fare affinché quel pugno non finisca diritto sul mio naso. E non mi sembra un problema di poco conto, almeno per la integrità del mio naso.
Da anni Karl Popper ci ha insegnato che la norma regolatrice delle nostre democrazie liberali è interamente espressa in una famosa sentenza emanata da un giudice americano. Il magistrato doveva giudicare un imputato esagerato nel reclamare il proprio diritto di libertà, o meglio la propria indefinita liberalità di agire. Egli, con voce austera e con opportuna fermezza, condannò l'aggressore affermando: "la libertà di movimento del suo pugno è limitata alla posizione del naso del suo vicino".
Da allora mi chiedo come si possa fare per evitare che quel pugno comunque finisca sul mio naso, o peggio ancora che, nonostante la sentenza del giudice, quel pugno non costituisca per me una minaccia costante. E non solo per me, se è vero, che noi ci siamo riuniti in comunità, prima, ed in società, poi, per non essere più "homo homini lupus" e quindi per evitare che quel pugno, oltre che per il mio naso, sia il rischio del vivere civile delle moderne democrazie complesse e di ogni altra forma di associazione. E' il potere di deterrenza della violenza che minaccia la sicurezza individuale dei cittadini.
Forse proprio per questo motivo, perchè volano troppi pugni, le luci della ribalta si sono accese sul tema della sicurezza. Read more
Sindrome di Custer
Ho paura che gli americani, e noi con loro, rischiano la Sindrome di Custer: seguire il nemico sul suo territorio ed essere circondati.
Il famigerato e famelico generale Custer, forte della sua potenza militare, seguì un gruppo nocchiero di indiani fino ad un impervio territorio, dove fu accerchiato e sterminato da un folto numero di guerriglieri.
Anche le operazioni militari delle superpotenze riunite hanno il problema di incastrarsi in un Gran Canyon di nuovo tipo.
I bombardamenti in Afghanistan rischiano di trasformarsi in una trappola.Troppo a lungo protratti. Troppo costosi. Mirati su apparati militari inconsistenti, non riescono a disarticolare la rete immateriale del terrorismo.
Se i bombardamenti non sono stati utili a distruggere un leader malefico ed evidente come Saddam Hussein, saranno in grado di catturare un capo altrettanto malefico ma etereo come Bin Laden?
Inoltre, le democrazie moderne hanno la responsabilità dei corpi, dei loro cittadini e degli altri, dei corpi dei loro nemici. E quindi sul lungo periodo l'azione militare rischia di diventare controproducente. Gli errori hanno maggiore probabilità di avvenire e lo shock comunicativo che si trasmette nel sistema nervoso della globalità cognitiva potrebbe paralizzarci e trasformare la caccia ai terroristi in una guerra islamica.
Il lungo periodo è il loro tempo, non il nostro, e la staticità della strategia militare americana può diventare il vantaggio strategico dei fondamentalisti per l'estensione del risentimento anti occidentali dai governi alle nazioni, dalle nazioni ai popoli. Read more
Socialismo
Torna la politica nella frequente devozione della parola, puntuale, quando la cronaca sembra non ascoltarti e la storia ostenta una tua archiviazione. E la senti di più quando ti accorgi che il mondo annega nell'oceano della sua stessa complessità epistemologica, interpretativa, cognitiva. Se c'è un dire che precede il fare, questo dire compare, quotidiano, da dietro argomenti di carattere professionale, nella trattativa affaristica degli imprenditori, nella lamentela di un cittadino in fila, nella muta protesta di un alienato.
Torna la politica invadente ed invasiva, quando meno te la aspetti, al fianco di ogni confronto, tra la gente che la rifiuta e non sa, come diceva Nenni, che se loro non se ne occupano è comunque la politica ad occuparsi di loro. O forse questa devozione della parola, la senti ancor più forte, commovente, quando, frequentando varie riunioni, ti accorgi che esiste ancora qualcuno con la forza di arringare ai pochi sopravvissuti di un dibattito consumato, forse troppo protratto nel tempo. Di fronte a tanta passione conservata oltre la violenza degli eventi cronaca, mi interrogo sul nostro futuro prossimo venturo; se vi sia un post non per noi, socialisti "vittime di una comune indigenza", ma per le nostre idee.
Mi chiedo se nel secolo prossimo venturo vi sia ancora uno spazio per il socialismo, questo termine un po' desueto, un po' obsoleto e che tuttavia mantiene il fascino di ciò che deve ancora avvenire, di un sole che deve ancora splendere.
Mi chiedo se vi sia nel futuro che ci chiama indietro, un luogo per il nostro passato, che invece, come insegnava Hannah Arendt, ci spinge in avanti e l'uomo moderno vive, fuori e dentro di sé, il vuoto tra un passato che sprona e un futuro che frena. Giacché noi siamo qui, a ricominciare tra le distanze e le diversità che vogliamo attribuirci, magari in una nuova forma, ma con la stessa immutata sostanza. Allora vediamo se esistono temi del nostro passato che possano proiettarsi nel futuro prossimo venturo. Io ne ho individuati 3. Innanzitutto il socialismo è semplice. Alcune persone si incontrano, si riconoscono, si uniscono per convivere a livelli superiori di libertà, costituiscono un gruppo, una famiglia, una comunità, una società. Non come il manifesto antisocietario di Nietzsche, per cui le aquile vanno sole, i corvi in gruppo. Nietzsche sbagliava semplicemente perché gli uomini non sono animali e gli uccelli, anche se volano restano bestie. È vero che, in questo secolo, gli uomini sono riusciti a fare cose che nemmeno le bestie fanno.
Lo sterminio razionale è peggio della bestialità, perché gli animali uccidono per sopravvivere e non sono capaci di pensare un genocidio o un totalitarismo. È altrettanto vero, però, che quando gli uomini si incontrano non costituiscono un branco ma una comunità o una società, un soggetto collettivo in grado di autorganizzarsi e mantenersi per tutelare i più deboli e sopravvivere. Ci si pone il problema di come ripartire le risorse tra i partecipanti al gruppo, per coloro che ci sono già e per coloro che ci saranno. Ci si pone il problema di lasciare alle prossime generazioni almeno il patrimonio di risorse a noi disponibile oggi. Ci si interroga sulla equità della distribuzione e sui limiti della crescita per assicurare migliori livelli di vita alla società e alla specie umana. Ora, questo semplice concetto del socialismo, della famiglia che divide lo stipendio per vivere meglio, per risparmiare e per assicurare un futuro ai figli, è il tema articolato e difficoltoso della SOSTENIBILITA' delle società complesse. Lo sviluppo, cioè la sostenibilità della crescita e la forma della globalizzazione, è uno dei più importanti problemi di oggi e di domani per affrontare la dimensione planetaria della socialità. È l'eterno tema della sopravvivenza della specie negli spazi affollati di uomini; dei continenti che sono diventati piattaforme di fame e di morte per centinaia di migliaia di individui che la storia non conosce e che muoiono nel terrore del silenzio comunicativo: per malattie o per fame, o perché i loro organi devono essere venduti. Muoiono in una guerra tribale, o in un gioco perverso, o peggio ancora nella totale indifferenza e senza una reale ragione, per caso. Read more
INSODDISFAZIONE UNDERGROUND
Il vuoto di forza del dissenso politico
Secondo Carl Schmitt[1], non è la inimicizia assoluta a determinare il conflitto in politica, ma "il grado di intensità di una associazione o di una dissociazione di uomini". In altri termini, il conflitto politico è sempre un fenomeno di tipo organizzativo o, come diciamo oggi, sistemico. I motivi di questo conflitto possono apparire "di natura religiosa, nazionale (.), economica o di altro tipo e possono causare, in tempi diversi, differenti unioni e separazioni", ma la loro struttura è sempre direttamente funzionale al grado di intensità di un regime, di una organizzazione politica o di un sistema sociale.
Per molti anni che cosa fosse questo grado di intensità, questa entropia della politica, ci era ignoto. Non sapevamo come definirlo, né dove cercarlo, tanto meno dove collocarlo. Era l'oggetto misterioso della conflittualità interna ed esterna degli Stati.
Oggi, a qualche giorno di distanza dal primo atto terroristico globale del XXI secolo, noi forse possiamo decodificare l'arcana intensità che determina l'associazione o la dissociazione delle unioni umane; si tratta del consenso: il consenso politico è il grado d'intensità delle comunità o delle società. Read more
EDUCAZIONE ALLA PACE
.frammenti di un racconto perduto.
Si spostò leggermente.
La stanza le parve improvvisamente ruotare.
Allora uscì sulla terrazza.
La paura si distese sulla strada, tra un palazzo e un altro, sotto il giallo sabbia pallore di un lampione. Gli umani si distendono sulle cose.
Si trasferiscono all'esterno e allargano il loro mantello di sensazioni e immagini sulla strada. Ricordò un verso del poeta Texero, che vedeva il futuro esteso dalla finestra all'orizzonte. Il suo futuro era disteso e atterrito. Prono. Non aveva più casa, non aveva più soldi, non aveva lavoro.
Scomparse le amicizie, amore minacciato, sopravvivenza a rischio. Era un momento così. Obbligata a tornare in famiglia. Le restava solo la paura.
Caterina aveva coltivato la paura fin da bambina. Ansimava e forse l'asma diagnosticata non esisteva, era soltanto il palpito affannoso della paura repressa.
Caterina camminava nella paura con disinvoltura, cercando di ricoverarla dentro il suo universo di silenzio e dietro la sua pigrizia. Poi la depositava sugli usci, sulle orme degli animali, su una sedia. La poggiava e giocava e saltava e correva. Read more
I TALIBANI DELL'OCCIDENTE
Ho visto che la logica dei cowboy, in cui il più veloce è anche il più giusto, il forte è anche il bene, non vige soltanto nel Far West, non parla soltanto con il tono duro di John Waynne.
Martedì 9 ottobre, su IL CORRIERE DELLA SERA Ernesto Galli della Loggia ha indossato gli speroni e il cappellaccio, ha caricato fucile e pistole, stretto il cinturone, rodato gli speroni, e, a passo cadenzato, si è avviato ad esaltare i fasti impavidi e lo sfrontato sfoggio degli anglo-americani.
Ci sono certi momenti nella Storia - con lo sguardo che scruta il destino - che il solo modo per far rispettare la giustizia " è quello di battersi, se necessario duramente". E spara a zero, prima che contro i Talibani, contro la povera Europa, rea di essere esclusa dalla SPECIAL RELATIONSHIP tra Inglesi e Americani e quindi di dover certificare "la disperante evanescenza dei suoi propositi di diventare soggetto". Poiché, naturalmente, in uno scontro a fuoco, si è soggetti soltanto se si spara. Si è soggetti politici soltanto se si gode della esclusiva fiducia degli americani, se si partecipa a quella immutata ed immutabile identità di menti e di cuori. Chi è escluso è estraneo, diventa improvvisamente un soggetto.
Il vecchio continente così rischierebbe di scomparire, precipitando nel baratro della futilità politica a causa della "incertezza circa il proprio passato", a causa di "una democrazia importata" fatta di "formule fumose e
divisioni interne"; quando non c'è impegno che non sia lotta, schieramento, rischio, scontro. Read more
ROUND ZERO
L'intelligence nelle strategie di collaborazione e conflitto nel sistema delle relazioni internazionali
1 - Forse sarà il caso, quando gli schieramenti tornano ad innalzare i loro vessilli e gli eserciti affilano le armi, riproporre il tema della pace: non quella che si deve fare quando non si può più fare; ma quella che si deve costruire prima, senza clamore, nei processi politici e culturali delle nostre società cognitive. È il tema della sapienza di pace, cioè della conoscenza delle procedure che insegnino agli individui a gestire la propria dirompenza; tema di cui spesso si propone ma raramente si dispone nei programmi didattici, istituzionali e non.
Sarà perché il CeAS (Centro Alti Studi sulla violenza politica e il terrorismo) ha sviluppato un programma scolastico nazionale di educazione alla pace; sarà che ormai la mia personificazione con quell'istituto di ricerca è totale; sarà che la conflittuologia, e, in modo specifico, metodi per la risoluzione dei conflitti, è una materia ancora poco frequentata; sarà che la mia forma mentis è normalmente indirizzata a riflettere sulle cose "altre" della pubblicistica prevalente; sta di fatto che l'educazione alla pace a me sembra la strada più adatta per qualsiasi politica di sicurezza. Read more

