Prima che la nettezza della forma conchiuda in se la “validità” del precetto, prima che la sua compiutezza, l’asciutto dettato, non lasci fraintendere ciò che di fatto deve essere accettato, c’è qualcosa che, se non esclude, a volte sfida tutto ciò che è scritto. Da una parte dunque c’è il secco imperativo delle norme: il valore dato dal funzionamento puntuale del meccanismo, dalla pretenziosa macchinosità che tenta la risoluzione nella potenza dell’espressione, nel suo carattere capace di imprimere, ma proprio per questo non permanente. Il verbo infatti è prova del vissuto, oggetto di eventuale “falsificazione”, si cambia e si contesta ciò che è visibile, concreto, tangibile. Dall’altra parte l’humus, il gravido terreno della tradizione, l’indistinto che evoca radici epiche prima ancora che etiche. La forza è in un ancestrale splendore racchiuso nelle menti, la forza è nell’assenza di contrappesi alla volontà di condivisione: tutto questo è consuetudine.
