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Sicurezza Sostenibile

L'area Sicurezza Sostenibile ha come obiettivo il miglioramento degli standard di sicurezza per le varie configurazioni che i sistemi (urbani o aziendali) assumono di fronte ad una minaccia percepita. Il principio della percezione di insicurezza in quanto rottura della sostenibilità di un sistema complesso permette di individuare le alterazioni del sistema sociale per ogni possibile configurazione assunta e quindi i possibili punti di crisi o luoghi di insorgenza della minaccia alla sicurezza reale.

Per una città conviviale - Napoli 23 – 24 ottobre 2006

La convivialità è la nuova cittadinanza della società della comunicazione. Come diceva Ivan Illich, “è conviviale la società in cui l’uomo controlla lo strumento”. 

Troppo spesso, per la mitologia della sicurezza, l’uomo perde il controllo degli strumenti di cui dispone. E la città è il più grande strumento che l’umanità abbia mai avuto di sopravvivenza e civiltà.

Anteprima

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Fuzzy Analysis: Nuovi approcci e modelli per la sicurezza

Per tanti anni abbiamo pensato che la conoscenza fosse il prodotto delle informazioni di cui ognuno poteva, in un certo momento, disporre, catalogare, gerarchizzare e selezionare. I nostri sistemi di apprendimento, le metodologie didattiche, le ricerche scientifiche, gli strumenti di decodificazione degli eventi sociali politici ed economici, sono stati costruiti su un paradigma, su un modello disciplinare secondo cui tanto più grande è la nostra informazione tanto maggiore è la nostra conoscenza. Un uomo colto sembra un uomo che sa, e che ha più strumenti per interpretare il mondo.

Relazione al seminario del 18 marzo 2002


“Rivoluzione Connettiva e Sicurezza

internet e le trasformazioni del sistema politico internazionale”

 



 Alessandro Ceci Read more

Per una democrazia senza paura

Se mi guardo attorno non vedo che insicurezza. L'insicurezza dei padri, costretti a salvarsi quotidianamente dentro questo declino italiano, a lottare ogni giorno contro gli istituti di tutela della società che gli si sono girati contro: le banche intricate nel micro potere dei direttori e nel macro potere degli scalatori; il lavoro sempre meno tutelato e il reddito incerto alla metà del mese; la vita perduta a resistere senza significato alla minaccia di povertà dentro la sovrabbondanza delle produzioni.L'insicurezza dei figli, che devono trasportarsi ogni giorno nella virtualità di miti televisivi e raffrontarsi con la realtà dei bisogni oggettivi, disorientati da istituti scolastici che producono incertezza, da una società che li considera semplicemente futuri consumatori, che contabilizza le aspettative di vita per costruire una dipendenza dalle assicurazioni, dalla play station e dalla cocaina, senza sapere se portare il corpo a un divertimento ossessivo o ossessionare il cervello nella infinita ricerca del nulla. L'insicurezza politica prodotta da un lato dalla storicità italiana, cioè da una società in cui lo Stato non c'era quando c'erano già i partiti, in cui le istituzioni sono passate dentro i partiti, in uno spazio privo di regole e di certezze, totalmente discrezionale, dove si consumava l'apoteosi del rapporto di forza; dall'altro lato dalla transizione inconclusa, con 5 diversi meccanismi elettorali per 5 diverse campagne elettorali, con una Costituzione che non si riesce a riformare, con certezze giuridiche che non si riescono a stabilizzare. L'insicurezza sociale che si esprime: in criminalità comune, fuori e dentro la famiglia, in uno spazio di indifferenza totale dove si compiono stragi per un gioco o per un rito su un cavalcavia, madri che ammazzano figli, padri che seviziano bambini, figli che si accoltellano tra loro per un diritto di precedenza di fronte a un video, nipoti che sezionano zii; oltre la tradizionale criminalità organizzata delle diverse mafie; e la criminalità politica del terrorismo globale che ci costringere a vivere in panico collettivo di massa e minaccia gli automatismi della nostra modernità come l'accelerazione metropolitana e la capacità di trasportare i corpi. Read more

BASTA UNA PAROLA

"Avviso all'utenza: Data la scientificità e l'attendibilità delle notizie pubblicate sul presente sito,è stata effettuata dalla redazione una scrematura il più possibile attendibile ai fatti, delle varie notizie sulla morte del Dj Gabbo, che, pur pubblicate sul web, risultano travisate e tendenziose, sicuramente non per volontà giornalistica, ma a causa di un allarmismo sociale che ormai ha enfatizzato in maniera vertiginosa ed apicale il problema della "sicurezza sportiva negli stadi".
A partire dalla prima versione dei fatti pubblicata dall'ANSA il giorno stesso dell'accaduto, domenica 10.11.2007, il passaparola tra i vari strilloni delle testate giornalistiche ha portato ad una alterazione degli avvenimenti confondendo tempi e luoghi. Read more

IL DNA METTERA’ IL CAPPIO AI CRIMINALI

L’attuale Governo sta valutando il modo per applicare nuove tecnologie basate sugli accertamenti biologici in campo investigativo e giuridico. Un investimento di almeno 10 milioni di euro, solo per il primo anno di attività e, a seguire, di 6 milioni di euro l'anno per mantenere in piedi la struttura. Tali tecniche rispondono al nome di Banca Dati Nazionale del Dna a carattere interforze, collocata nell’ambito del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, e di Laboratorio Centrale della Banca Dati, presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, previsti nel Decreto di Legge sulla Sicurezza, ancora oggetto di accese polemiche, infuocati dibattiti e infervorate discussioni politiche. Una cosa è certa, se mai il Ddl dovesse prendere il via, i randagi del crimine non avranno più scampo: essi saranno messi al cappio da un instancabile cacciatore di taglie, il Dna.

Il capo della Polizia Scientifica, Alberto Intini, infatti, ha dichiarato che, statistiche criminali hanno dimostrato come l’utilizzo delle informazioni genetiche consenta di aumentare il numero dei rei identificati del 60%, con una accelerazione per le attività investigative di gran lunga notevole. L’analisi del Dna, infatti, permetterà di andare direttamente al colpevole, eliminando i sospetti ed esonerando le false accuse, poiché, attraverso la comparazione del genoma umano, vi è la possibilità di scremare i sospettati, di collegare facilmente i crimini irrisolti, di ritrovare i dispersi, di identificare le vittime di crimini violenti o di disastri naturali, etc… . Sebbene i tradizionali metodi forensi possano aiutare a raggiungere questi risultati, le tecnologie basate sul Dna sono lo strumento più avanzato per risolvere casi difficili. Read more

Il processo a Giacomo Mancini:

Il potere della politica in terra di mafia

 


"Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall'interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole."

Indro Montanelli

 

Un solo ex ministro calabrese finisce incriminato e processato per concorso esterno in associazione mafiosa: si chiama Giacomo Mancini. In Calabria Mancini è un’istituzione. Un uomo cui si debbono la realizzazione d’imponenti opere pubbliche e una importante azione di risanamento della Regione. Eppure, l’ex segretario nazionale del Psi, d’improvviso diventa il capro espiatorio d’una intera generazione di uomini politici, subendo tre processi. La magistratura antimafia ritiene infatti che, nella sua lunga carriera, sia stato, oltre che uno stimato governante antifascista, pure un referente, una sorta di garante delle cosche criminali locali. Nel 1993, i magistrati inquirenti di Reggio Calabria, Salvatore Boemi e Giuseppe Verzena, raccolgono le confessioni di due importanti boss calabresi. Gli stessi oltre a parlare di omicidi e delitti di ogni genere, riferiscono che l’On. Mancini, è “un amico degli amici”. Anzi, lo indicano come “referente” del temuto boss di Melito Porto Salvo, Natale Iamonte.Secondo le affermazioni dei due pentiti, l’ex ministro socialista aveva <> . Sulla base di tali dichiarazioni, la Dda di Reggio Calabria chiede l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex leader socialista. Il Giudice per le indagini preliminari, nell’ottobre del ’93, rigetta però la richiesta. I giudici inquirenti non si fermano. Boemi e Verzera ordinano alla polizia giudiziaria di sentire tutti i collaboratori di giustizia in grado di fornire notizie sul deputato socialista. Pino Scriva, primo pentito di ndrangheta, racconta di aver incontrato Mancini nel 1972 nelle campagne di Rizziconi per siglare un accordo finalizzato allo scambio di voti; Salvatore Annacondia, malavitoso della Sacra Corona Unita pugliese, narra di un suo incontro in Puglia con Natale Iamonte; incontro durante il quale il boss di Melito gli avrebbe confermato l’esistenza di un rapporto privilegiato con l’ex parlamentare; Marino Pulito, trafficante di droga, che svela l’interessamento di Mancini in merito ad un sequestro di persona avvenuto in Puglia ma voluto dal capocosca di Rosarno Umberto Bellocco; Gaetano Costa, messinese, riferisce invece dei presunti rapporti dell’ex ministro con i boss Giuseppe Pesce di Rosarno e Franco Muto di Cetraro; Giuseppe Scopelliti, reggino, che svela d’essere stato detenuto, nel carcere di Palmi, insieme con Giuseppe Piromalli, patriarca della ndrangheta calabrese, il quale gli disse in più occasioni che Mancini, suo vecchio amico, si stava interessando per fargli togliere il regime di detenzione speciale previsto dall’art. 41 bis. 
La procura distrettuale di Reggio, forte di questi elementi, chiede e ottiene il rinvio a giudizio dell’ex parlamentare. In sede di udienza preliminare, i legali di Mancini sollevano, senza successo, una questione di competenza territoriale. L’obiettivo sembra quello di spostare il processo a Catanzaro. I penalisti sostengono che, poiché il pentito Fuscaldo parla di un primo incontro dell’ex deputato con alcuni capocosca avvenuto nel catanzarese, la circostanza radicherebbe la competenza a giudicare in seno al Gip distrettuale del capoluogo di regione. La questione verrà superata dal Gup reggino, Andrea Esposito e successivamente respinta pure dal Tribunale di Palmi, chiamato a giudicare il sindaco di Cosenza. Il processo contro Mancini comincia il 1 marzo 1995. Il collegio giudicante, presieduto da Mirando Bambace e composto da Bianca Serafini e Renata Sessa, ascolta per settimane in aula decine di testimoni. Investigatori e collaboratori di giustizia tessono, con le loro deposizioni, una sempre più intrecciata ragnatela di accuse. Nel bel mezzo dell’istruttoria dibattimentale, novembre ’95, i giudici si spostano a Roma per interrogare il boss pentito di Cosenza, Franco Pino, Nino Mammoliti e Francesco Fonti, “santista” di Platì. Pino conferma nel bunker di Rebibbia, di avere ricoperto nella ‘ndrangheta l’alto grado di “diritto e medaglione” conferitogli dal padrino di Rosarno, Umberto Bellocco. Il pentito aggiunge poi d’aver appoggiato Mancini nelle elezioni comunali di Cosenza del ’93, ma specifica di non aver mai incontrato personalmente l’ex parlamentare chiarendo d’aver mantenuto contatti solo con l’ex consigliere regionale Pino Tursi Prato. A Roma depongono pure Nino Mammoliti e Francesco Fonti. Il boss di Castellane, parla di una presunta “amicizia” esistente negli anni 70 tra il mammasantissima di Gioia Tauro, Girolamo Piromalli, e l’ex leader del Psi. <>. Fonti, ex uomo d’onore di Platì, narra invece della dazione di 80 milioni di lire che avrebbe ricevuto dalle mani di Mancini, insieme a un componente della famiglia Barbaro di Platì, per garantire l’appoggio in campagna elettorale all’ex leader socialista. Per rispondere alla valanga di accuse, la difesa dell’On. Mancini chiama a testimoniare una schiera di politici e intellettuali.
 
Da Abdon Alinovi, segretario del Pci calabrese negli anni sessanta e componente negli anni Ottanta della Commissione parlamentare antimafia, allo storico Rosarno Villari; dallo scrittore Michele Pantaleone, agli ex deputati Stefano Rodotà e Pierino Rende, sino all’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Testimonianze concordi nell’affermare la battaglia personale contro la mafia combattuta dallo stesso Mancini. Francesco Cossiga, deponendo davanti al tribunale di Palmi, afferma: <>. In favore dell’ex leader socialista, testimoniano pure il procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova. Ai colleghi del tribunale, lo stesso, dice: <>. La requisitoria e le arringhe del processo Mancini Conclusa l’escussione dei testimoni, arriva il giorno della requisitoria e delle arringhe. Le infinite propalazioni dei pentiti, contestate da illustri rappresentanti della politica e della cultura italiana, sostengono questa accusa “infamante” mossa nei confronti di uno dei padri del socialismo che, con animo amaro ma tenace, cerca il processo e la giustizia, ideale alto di una democrazia che lo stesso sente ormai compromessa. Il pm Giuseppe Verzera, chiedendo la condanna dell’imputato, svolge un’analisi accurata delle fonti di prova, ribadendo la credibilità delle accuse lanciate dai pentiti, sostenendo che Mancini con la <>. Il procuratore aggiunto, Salvatore Boemi, tracciando un quadro complessivo, afferma: <>. Il collegio difensivo, è composto da tre avvocati: Marcello Gallo, professore emerito, cultore del diritto, maestro di tecnica, giurista insigne di scuola italiana; Tommaso Sorrentino, docente universitario con un passato da extraparlamentare; Enzo Paolini, radicale, consigliere comunale, conosce il processo a menadito . E’ lui a prendere per primo la parola, attaccando duramente l’impianto accusatorio e ritenendo inconsistente la credibilità dei pentiti. Ma il più duro è Tommaso Sorrentino: <> . Le sentenze del processo Mancini Il tribunale, ascoltate le conclusioni delle parti, rimane chiuso in camera di consiglio per cinque giorni. Lunedì 25 marzo 1996, viene letto il dispositivo della sentenza che condanna Giacomo Mancini a tre anni e sei mesi di reclusione. L’ex ministro è riconosciuto colpevole di aver concorso esternamente alle attività delinquenziali delle cosche Piromalli, Pesce, Iamonte, Pino e Bellocco. Ai giornalisti dichiara: <>. La Corte di Reggio Calabria, chiamata a pronunciarsi in seconda istanza, annulla la sentenza di primo grado. Il tribunale di Palmi era incompetente territorialmente a giudicare. Gli atti finiscono a Catanzaro. Il procuratore distrettuale Mariano Lombardi, compie nuove indagini preliminari e chiede un secondo rinvio a giudizio per gli stessi fatti. Davanti al Gup, Vincenzo Calderazzo, Giacomo Mancini chiede di essere giudicato con il rito abbreviato e il procuratore Lombardi presta il consenso. Si celebra l’udienza e il Gup, dopo alcune ore di camera di consiglio, accogliendo in toto le richieste dei difensori, assolve l’anziano leader politico perché il fatto non sussiste. Il castello accusatorio, crolla quasi impietosamente. In venti pagine di sentenza, il giudice Calderazzo demolisce le originarie imputazioni e il pm Lombardi, senza commentare la decisione del collega, ricorre in appello. La sentenza di condanna emessa dal tribunale di Palmi contava più di trecento pagine.
 
Il collegio giudicante, formato da tre magistrati, prima di decidere era rimasto in camera di sonsiglio per cinque interminabili giorni. Il giudice Calderazzo, decide tutto da solo e in poche ore. Vincenzo Calderazzo dichiara estinto per prescrizione il reato di associazione per delinquere mentre per quello di concorso esterno in associazione mafiosa Mancini viene assolto perché il fatto non sussiste. Il processo di appello, fissato a fine giugno del 2000, viene rinviato a nuovo ruolo senza mai avere inizio. Giacomo Mancini muore l’8 aprile del 2002. Conclusioni La vicenda giudiziaria, analizzata, seppur brevemente, assurge quasi ad emblema della situazione di cambiamento cercata e perseguita dalla magistratura calabrese. La Calabria deve cambiare. Sembra un comandamento. Ma qual è stato e in quale direzione questo rinnovamento, levatosi a gran voce, ha portato i suoi frutti? «Dobbiamo azzerare la classe politica calabrese - ha dichiarato giusto quindici anni fa il sostituto procuratore di Reggio Calabria Roberto Puglisi, e una nuova classe politica esisterà solo quando saranno cresciuti i bambini che ora fanno le scuole medie». Questa metamorfosi necessaria sembra discendere, come corollario, da un elaborato teorema concepito dai magistrati calabresi più o meno in contemporanea con le teorie del «terzo livello» dei loro colleghi professionisti antimafia a Palermo: in Calabria è impossibile fare politica senza essere complici della ‘ndrangheta e riceverne i voti. Nessuno ha spiegato meglio il teorema del procuratore aggiunto Salvatore Boemi nel corso della requisitoria pronunciata nel tribunale di Palmi nel processo contro Giacomo Mancini: «I mafiosi votano e gestiscono voti e attraverso i voti utilizzano lo Stato>>. Scelgono quindi le persone, uomini cui affidare la possibilità di un contatto, di un legame, di un rapporto illecito. Emerge allora un quadro desolante che tocca si l’uomo politico minandone la credibilità, ma colpisce soprattutto la politica calabrese, cupa e desolata e con essa la cultura di una generazione di politici rassegnati alla connivenza con la mafia.
 
Che cosa poteva accomunare un uomo di tale cultura e capacità come Giacomo Mancini a quella gentaglia criminale? Una sola risposta: quell’uomo era malato e non poteva fare a meno della politica. Ma egli sa che in questa terra per fare a meno della politica non si può fare a meno della mafia e ha convissuto con la mafia». Per i magistrati calabresi la politica è una malattia, una dannazione, la politica è uguale alla mafia, alla ‘ndrangheta, alla massoneria, è masso-mafia. E hanno fatto ricorso ai «pentiti», al «pentito» calabrese, il peggiore di tutti, quello che, come scrisse Francesco Merlo in occasione del processo a Mancini, «è una belva senza pelo, meridionale ma selvaggio, con lo smarrimento e il risentimento di un povero delinquente che, trasformatosi in eminenza grigia del potere, crede di avere in mano la vita e la morte e di rifare la storia». E con lo strumento dei «pentiti» i magistrati calabresi hanno curato la malattia della politica e dei politici. Uccidendo il malato hanno curato (sterminando) la classe politica, democristiani e socialisti innanzi tutto, ma poi anche tutti gli altri, a destra e a sinistra, tutta la classe dirigente della prima Repubblica. Compiendo questa impresa però, in Calabria, adesso che, a segnali di ripresa seguono scioglimenti di consigli comunali per infiltrazioni mafiose, a manifestazioni generazionali di protesta seguono politici processati per concorso esterno, sembra rimasto veramente un unico soggetto giuridico: la ‘ndrangheta. «La giustizia in Calabria è ridotta a un maleodorante verminaio», così si conclude l’ultima relazione degli ispettori del ministero della Giustizia spediti a Catanzaro. La considerazione non può che essere amara. Se la politica in Calabria tarda a risorgere, la giustizia inizia a vacillare.